«Mio padre ha avuto giustizia. Una sentenza esemplare»

Scritto da , 13 aprile 2016

«Mio padre ha avuto giustizia. Abbiamo sempre confidato nella magistratura, nei carabinieri e nei legali della parte civile. Sentenza esemplare, non ci riporta in vita mio padre ma almeno l’assassino non l’ha fatta franca». Antonio Rossi, figlio dell’attivista di destra Sergio Rossi assassinato il 28 settembre del 2012 da un rumeno appare soddisfatto a due giorni dalla sentenza di condanna per i due imputati. La corte di Assise di Salerno ha condannato a 25 anni di reclusione e 3 di libertà vigilata l’assassino Fanel Gurlea e a 4 anni e 4 mesi la sua complice Elena Bot. I due mendicanti avevano compiuto l’efferato omicidio in corso Vittorio Emanuele. Quella notte del 28 settembre Sergio Rossi, storico militante della destra missina, venne cruentemente colpito alla testa per pochi spiccioli e un telefono cellulare. Il suo corpo fu rinvenuto da alcuni passanti, che trovarono Sergio riverso in una pozza di sangue, purtroppo dopo 6 giorni in coma, lo storico attivista si spense all’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno. Dopo due giorni dalla sentenza il figlio Antonio Rossi, risollevato dal verdetto ha espresso tutta la sua gratitudine nei confronti degli inquirenti: «Speravamo che si concludesse al più presto la sentenza di primo grado, ringraziamo chiunque abbia fatto il suo lavoro in questa vicenda, soprattutto il nostro legale Michele Sarno. Non avevamo dubbi sul giusto corso della giustizia, ma oggi possiamo tirare un sospiro di sollievo. E’ stata una tragedia e sono stati anni duri, ma almeno oggi mio padre ha avuto giustizia. Chi doveva pagare, ha pagato». L’ex attivista della destra salernitana era molto vicino agli extracomunitari, ma questo non servì a salvargli la vita, un delitto brutale che fece scalpore nell’opinione pubblica. Sono in molti ad essere compiaciuti per la sentenza, Sergio Rossi era un uomo conosciuto e stimato da tutti, attivo nella destra salernitana sin da giovane non aveva mai smesso di credere nella sua battaglia. I camerati e gli amici chiesero una targa in sua memoria, lì dove perse la vita lo storico “missino”. Yvonne Sica

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