Michele Ragosta, di lotta e di Governo

Scritto da , 3 Luglio 2022
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di Matteo Gallo

Uomo di lotta e di governo. Mai fermo. Giammai immobile. Quasi impossibile da domare. Cresciuto nel quartiere popolare di Mariconda e proprio lì, nella sezione Giuseppe Dozza del partito comunista italiano, frequentata anche da un giovanissimo Franco Picarone, dall’ex moglie di De Luca Rosa Zampetti e dal futuro parlamentare Salvatore Forte, iniziato alla sacra arte della pratica politica. Tra la gente e per la gente. Sul territorio. Al fianco dei più deboli, nel caso di specie in particolare sul fronte abitativo e occupazionale. Un impegno senza soluzione di continuità che Michele Ragosta, sessantasette primavere, due figli e altrettanti nipoti, già assessore comunale alla Casa, parlamentare e consigliere regionale, fondatore nonché segretario provinciale dei Verdi, imprenditore da oltre trent’anni nel settore immobiliare, da sempre vive in politica anteponendo le ragioni del cuore alle logiche di partito. Una  libertà d’azione, e di coscienza, che negli anni Ottanta gli costerà la presenza all’interno del partito de ‘la falce e martello’, con il conseguente passaggio ai socialisti fino allo tsunami tangentopoli. Ma che ancora oggi, per lui, rappresenta un marchio di famiglia orgogliosamente ereditato dal padre Matteo:  «Devo a lui la prima e decisiva ‘scintilla’ che accese in me la passione per la politica» tiene a sottolineare Michele Ragosta. «Mio padre è stato militante del partito comunista italiano e uno storico e combattivo sindacalista della Cgil, particolarmente impegnato sul fronte degli edili e sempre in prima linea al fianco dei ceti deboli per le emergenze abitative e occupazionali. Quel suo essere un uomo “vicino” al popolo fece nascere dentro di me, fin da piccolo, la voglia di diventare comunista. Michele Santoro lo definiva  un «capopopolo. E lui, mio padre, lo era per davvero». 

La sua militanza politica ha inizio da giovanissimo. A sinistra, nel Pci.   

«Ho vissuto la militanza senza mai sottrarmi ai passaggi necessari e fisiologici che caratterizzavano allora la vita di partito. Mi sono dapprima avvicinato alla federazione giovanile comunista. Poi ho cominciato a frequentare nel mio quartiere la sezione  Giuseppe Dozza, che si trovava a Mariconda ma comprendeva anche Mercatello, diventandone il segretario.  Una sezione molto popolosa e attiva. C’erano, tra gli altri, il futuro deputato Salvatore Forte, Luisa Barbalinardo, insegnante purtroppo venuta a mancare, la sociologa Rosa Zampetti, ex moglie di De Luca allora sua fidanzata, che conobbi proprio in quel periodo. C’era anche un giovanissimo Franco Picarone. E’ stato un periodo fondamentale per la mia formazione e davvero pieno per l’attivività svolta sul territorio e tra la gente. Tutte le domeniche andavo porta a porta, nel quartiere, a casa dei compagni, a vendere l’Unità. Piazzavo circa quattrocento copie a settimana».  

Il partito comunista era rigoroso nella formazione dei suoi giovani militanti.  

«A Frattocchie, frazione del comune di Marino, in provincia di Roma, ho frequentato per un anno la scuola politica del partito che formava la futura classe dirigente comunista. I programmi prevedevano differenti temi di approfondimento ed erano organizzati in lezioni a corso. Tra i docenti c’erano figure di elevata statura culturale, intellettuale e politica.  Uno dei direttori della scuola fu Berlinguer».   

Berlinguer è stato il suo ‘faro’ in politica?   

«Assolutamente sì. Un gigante. Un vero leader politico dall’autentica moralità».  

Il suo primo impegno elettorale.  

«Nel 1980. Mi candidai al consiglio comunale e presi 1050 voti risultando, per pochissime preferenze, il primo dei non eletti. Una soddisfazione personale alla quale però seguì uno strappo doloroso.  Nel partito comunista esisteva infatti una certa rigidità rispetto alle indicazioni di voto. In occasione delle competizioni elettorali, esattamente per questa ragione, veniva fatta una divisione certosina, capillare, strada per strada.  A quella tornata elettorale, contravvenendo agli ordini di scuderia, sostenni l’operaio Vincenzo Giordano, dipendente della Pennitalia. A causa di quel mio comportamento fui prima messo sotto accusa nel partito e infine alla porta. Naturalmente non la presi bene.  Allo stesso tempo, però, ero pienamente consapevole della ragioni del mio agire. Ho sempre vissuto la militanza con passione e impegno ma anche con libertà e autonomia. E ne vado orgoglioso».  

Nel 1982 il suo ingresso a Palazzo di Città

«Vincenzo Giordano si dimise da consigliere comunale ed io presi il suo posto.  Entrai nell’assise municipale da primo dei non eletti del Pci ma allo stesso da ex esponente del Pci in quanto cacciato dallo stesso partito, allora guidato da Vincenzo De Luca. Naturalmente il mio ingresso a Palazzo di Città cambiò le carte in tavola e il Pci tentò, inutilmente, di riprendermi tra le sue file. Ormai consideravo abbondantemente superato il “centralismo democratico”, del tutto incline a coltivare e selezionare dei signorsì».  

Quando la decisione di passare con il Psi? 

«Fino al 1985 sono stato consigliere comunale “indipendente”. Poi, anche in previsione dell’imminente scadenza elettorale, ho cominciato a interrogarmi su quale potesse essere, per me, una adeguata e coerente collocazione in una forza politica diversa dal Pci. In quegli anni mi ero avvicinato a Lucio Magri, esponente politico di sinistra radiato dal Pci, che proprio in dissenso con la posizione del partito era stato tra gli animatori del gruppo che diede vita alla rivista Il Manifesto, da lui stesso diretta. Nel 1984 il dialogo tra di noi si interruppe definitivamente perché Magri e il suo gruppo decisero di confluire nel Pci. A quel punto guardai altrove». 

In direzione del Garofano…   

«Ero e restavo un uomo di sinistra. Incontrai il senatore socialista Enrico  Quaranta al Jolly Hotel pee manifestargli la volontà di  candidarmi alle elezioni comunali di Salerno con il partito del Garofano. Il senatore Quaranta  accolse positivamente la mia richiesta e così, alle elezioni del 1985, scesi in campo con i socialisti. Fu una battaglia elettorale avvincente e vincente che mi vide eletto consigliere con  1300 voti. Quel risultato sorprese tutti; in un certo senso soprese anche me perché con il passaggio dal partito comunista al partito socialista temevo un contraccolpo negativo in termini di consenso».  

Nel 1987 la “seconda svolta” di Salerno con la giunta laica e di sinistra guidata dal sindaco socialista Vincenzo Giordano. 

«Dal 1987 al 1990 abbiamo “resistito”. La maggioranza si teneva in piedi con un solo voto di scarto, ventisei consiglieri su cinquanta. Naturalmente nulla a che vedere con l’instabilità che aveva caratterizzato la  lunghissima stagione amministrativa precedente, durante la quale i sindaci cambiavano ogni dieci mesi. La presenza in aula di personalità del calibro di Carmelo Conte, allora ministro delle Aree urbane, diede un notevole e decisivo impulso all’azione di governo cittadina. Da parte sua c’erano grandi, importanti e preziose sollecitazioni. Sicuramente si devono a quegli anni una visione nuova e differente della città, specie sul piano urbanistico. Io ero consigliere comunale con delega alla legge 219, in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici del novembre 1980 e del febbraio 1981, che prevedeva interventi e provvedimenti organici per la ricostruzione e lo sviluppo dei territori colpiti. Una responsabilità importante e in linea con il mio impegno, sul campo, da sempre, sul fronte dell’emergenza abitativa».   

Con il Psi si candiderà, con successo, anche alle elezioni comunali del 1990.  

«Presi 4300 voti risultando tra i consiglieri eletti con il maggiore consenso. Un risultato importante anche perché il mio ex partito, il Pci, mi candidò “contro” mia sorella Maria».    

Come visse quel “duello” in famiglia? 

«Malissimo. In particolare per mio padre fu ragione di ‘lacerazione’ dolorosa. A sollecitare la candidatura di mia sorella fu in particolare De Luca, allora riferimento del Pci. Non gliel’ho mai perdonato».  

Perché sua sorella scelse di candidarsi anche se in campo c’era già lei?    

«Quella decisione va contestualizzata in un tempo ben preciso in cui la politica e i partiti venivano vissuti con un’adesione così totale alla causa che oggi, a qualsiasi osservatore contemporaneo, risulterebbe inimmaginabile, quasi senza senso prima ancora che di significato. Allora era diverso.  Inoltre, va detto che tra De Luca e mia sorella esisteva un autentico rapporto di amicizia e di affetto. Sentimenti che De Luca ha testimoniato a mia sorella durante tutto il periodo della sua malattia, che l’ha sottratta alla vita sulla terra prematuramente». 

Dal 1990 al 1992 farà parte della giunta Giordano guidando l’assessorato alla casa.    

«L’emergenza abitativa esisteva già da prima del terremoto ma, naturalmente, dopo il sisma la situazione si era aggravata. A Salerno c’erano scuole occupate, containers in diversi punti della città, centinaia di famiglie che vivevano in una drammatica situazione di precarietà da ormai dieci anni. Nella mia gestione dell’assessorato decisi di voltare pagina per aiutare le famiglie a trovare un alloggio adeguato e definitivo, degno di questo nome. Posso affermare con orgoglio di essere riuscito a destinare, nel corso della mia attività di amministrare pubblico al Comune di Salerno, più di mille alloggi definitivi o comunque migliori alle famiglie. Avevo un modo di operare che puntava dritto all’obiettivo: aiutare chi aveva bisogno. Faccio degli esempi. Al rione Fornelle, nel centro storico, i fabbricati erano finiti da anni ma non venivano consegnati perché mancavano i servizi igienici. Convocai sul posto gli aventi diritto e misi l’impresa con le spalle al muro, liberando così la scuola barra e i container al porto. A Cappelle feci la stessa cosa: per la consegna di 160 alloggi  mancavano le fognature. Convocai le famiglie e in dieci giorni tutto fu risolto. Stessa cosa a Sant’Eustachio: sessantaquattro appartamenti senza servizi consegnati con le stesse modalità».  

Anche il suo impegno sul fronte dell’emergenza  lavoro è sempre stato intenso al di là del ruolo istituzionale.   

«Sono stato un riferimento certo per l’organizzazione del movimento dei disoccupati organizzati. Ogni mattina, per un lunghissimo periodo, prima di entrare al Comune facevo incontri ai quali partecipavano circa cinquecento persone. Era un momento particolarmente critico. L’impegno personale sul fronte del lavoro, portato avanti con tantissime battaglie, porterà alla fine a un esito positivo per moltissimi di loro attraverso le cooperative sociali e, successivamente, le società miste.  Ma proprio in virtù del mio ruolo istituzionale, per evitare sovrapposizioni che avrebbero potuto creare problemi e imbarazzo all’amministrazione comunale impegnata a risolvere quei problemi, decisi di delegare ad altri l’impegno in prima linea al fianco di quei movimenti, in particolare a Franco Mari e Franco Falcone». 

Michele Ragosta “di lotta e di governo”.   

«Sono nato e cresciuto in un quartiere popolare, a Mariconda. Lì ho le mie radici e la ragione autentica del mio impegno in politica. Che, allora come ora, dall’inizio della militanza nel Pci a oggi che di anni ne sono passati quasi cinquanta, è sempre stato mosso da un unico principio: la fedeltà alla battaglia per i ceti più deboli. Non sono mai stato uno yesman».  

All’inizio degli anni Novanta le inchieste di ‘Mani Pulite’ interromperanno bruscamente la stagione della giunta Giordano. 

«Giordano mi voleva bene e si fidava di me, sentimenti che ricambiavo con lo stesso affetto e lealtà. Quando fu arrestato sono stato l’unico, nonostante in tanti mi avessero caldamente consigliato il contrario, ad organizzare sotto la sua abitazione una manifestazione di solidarietà. Gli sono stato vicino allora e anche dopo». 

Giordano, prima di essere arrestato, presentò le dimissioni da sindaco di Salerno. A quel punto per evitare il commissariamento del Comune  bisognava eleggere un nuovo primo cittadino. Sul nome di De Luca, allora vicesindaco, si era praticamente trovato un accordo di massima, al quale aveva lavorato in particolare il Psi, suo partito di appartenenza. Lei, però, alla fine deciderà  di votare no. Perché?   

«Faccio una premessa. De Luca entrò in giunta a seguito di un rimpasto che vide anche me fare volontariamente un passo indietro. E arriviamo al punto. De Luca mi aveva in pratica cacciato dal partito comunista negli anni Ottanta. Alle elezioni comunali del 1990 aveva fatto campagna elettorale contro di me nel mio quartiere e sollecitato alla candidatura mia sorella per la stessa ragione. Il mio ragionamento fu questo: conosco bene il mio amico De Luca e non lo voto». 

Il suo, dunque, fu un ‘no’ prettamente per motivi personali?  

«Non solo. Fino a quel momento De Luca  era stato soprattutto un funzionario di partito e non aveva avuto chissà quali incarichi amministrativi di lungo corso. Detto questo, devo riconoscergli che da sindaco si rivelò subito una brillante novità». 

Ma lei era, o non era, contro De Luca?  

«Io non ho mai scelto di essere contro De Luca. Lui ha scelto di essere contro di me ed io mi sono comportato di conseguenza. Il nostro rapporto è sempre stato di odio e amore». 

Con il  voto decisivo dell’avvocato Marco Siniscalco, De Luca sarà eletto sindaco a maggio del 1993. In quel preciso momento  inizia la sua straordinariamente longeva parabola politica e amministrativa, che oggi lo vede per la seconda volta governatore della Campania.      

«De Luca sarà ricordato come una bella storia che ha contribuito a cambiare la politica. È stato per la città di Salerno un ottimo amministratore. Ha avuto senza dubbio delle intuizioni importanti, tra le quali quella di puntare strategicamente sull’architettura moderna per dare alla città anche un appeal turistico differente. Nelle prime stagioni amministrative da sindaco di Salerno godeva di un considerevole voto di opinione, fondato in modo particolare sui risultati conseguiti sul piano del decoro e della sicurezza urbani. Quel suo modo di fare concreto e deciso, da “sindaco sceriffo” nel senso positivo e pragmatico del termine, gli assicurerà una straordinaria popolarità ben oltre i confini salernitani. Col passare del tempo però, anziché restare su questa strada maestra, si è perso nella gestione del potere. Una gestione all’antica con un controllo centralizzato di ogni cosa. Non ne aveva bisogno. Ha sbagliato. Così facendo ha compromesso la sua carriera da leader nazionale e, oltretutto, non ha costruito una classe dirigente adeguata, né tanto meno giovane, capace realmente di amministrare la città di Salerno indipendentemente da lui. Dopo di lui c’è il nulla. Il vuoto assoluto». 

Alle comunali del 1993 scelse di non candidarsi.  

«Mi consigliarono di non candidarmi per il clima antisocialista e “manettaro”. E così feci. In quegli anni mi dedicai ad altro iniziando la mia attività immobiliare con il gruppo Gabetti, professione che mi ha dato grandi soddisfazioni e che ancora svolgo dopo trent’anni. Grazie a questo lavoro ho scoperto la bellezza e l’intensità di una vita senza la politica, alla quale non era per nulla abituato visto che fin da ragazzo aveva occupato quasi per intero le mie giornate». 

La sua seconda vita politica ha inizio solo molti anni dopo con i Verdi.  

«Mi sono avvicinato ai temi dell’ambiente e della pace avendo come primo riferimento Alexander Langer, fondatore del partito dei Verdi italiani e uno dei leader del movimento verde europeo, pacifista autentico. Per questa ragione quando Alfonso Pecoraro Scanio, salernitano allora segretario nazionale dei Verdi, mi chiese di dargli una mano, risposi subito di sì. Sono stato segretario provinciale dei Verdi, consigliere provinciale e regionale. A Palazzo Santa Lucia, in rappresentanza del partito, sono stato il primo presidente di una commissione regionale sull’ambiente. Ho vissuto in prima linea la battaglia sul fronte dell’emergenza rifiuti al fianco e in difesa delle comunità locali. Mi sono battuto contro la realizzazione della centrale termoelettrica a Fuorni e di una centrale a biomasse ad Atena Lucana. Ho lavorato insieme al gruppo regionale del partito alla stesura della prima legge regionale sui rifiuti che prima di allora non esisteva».   

Dai Verdi a Sinistra Ecologia Libertà, con l’elezione alla Camera dei deputati.  

«Sono stato anche portavoce provinciale e membro nazionale del partito. L’esperienza a Montecitorio è stata importante ma sicuramente la “burocrazia” parlamentare allunga troppi i tempi di ogni cosa. E non è un bene».   

Alle elezioni comunali del 2021 con lista ‘Davvero’, dall’anima ecologista, ha sostenuto la candidatura a sindaco della preside Barone in alternativa al primo cittadino uscente Vincenzo Napoli, espressione dell’area deluchiana.  

«Salerno è governata male, e con zero autonomia, da persone che non possono prendere una sola decisione senza prima chiedere il permesso al capo o al figlio del capo.  Il risultato è pessimo per la democrazia e di assoluto e dannoso immobilismo amministrativo per Salerno e i salernitani.  C’erano tutte le condizioni per realizzare un cambiamento  ma alla fine hanno prevalso personalismi e divisioni. Immaginavo una aggregazione ampia da destra a sinistra, con in campo tutte liste civiche. Si poteva e doveva fare. E’ andata diversamente».  

Il suo impegno politico oggi continua con la rete ‘Ecologia e Diritti’.   

«Ci stiamo radicando su tutto il territorio nazionale e puntiamo a dare vita a un polo ‘ecosocialista’, alternativo all’attuale centrosinistra e al Partito democratico. Vogliamo collocarci nel quadro europeo con posizioni chiare e alternative rispetto al pensiero dominante per mettere in discussione e combattere l’attuale sistema capitalistico in cui le élite economiche e finanziarie, i cosiddetti poteri forti, dettano la linea alla politica. Così non si può più andare avanti. La politica deve tornare ad avere come unico riferimento, e legittimazione di sé, esclusivamente il popolo. Il nostro modello è Jean-Luc Mélenchon, fondatore del movimento di sinistra ‘La France Insoumise’, la Francia Indomita».  

Questo polo ‘ecosocialista’ punta a coinvolgere anche tutti quei soggetti che si muovono al di là del perimetro dei partiti ma che sono a pieno titolo impegnati sul terreno e per i grandi temi della politica attuale?  

«Certo. Abbiamo avviato da tempo un dialogo con quei movimenti che hanno la stessa visione del mondo e la stessa lettura, fortemente critica, dell’attualità. Ci sono stati contatti con Luigi De Magistris e Michele Santoro».  

E’ deluso dalla politica?   

«Assolutamente no, altrimenti non sarei ancora in campo con la passione e l’impegno di sempre. Certamente adesso sono su posizioni più “estreme” perché non si possono sempre e solo assumere atteggiamenti ‘liquidi’, ambigui e ambivalenti. Ritengo, ad esempio, che l’Europa sia asservita agli interessi americani e che la politica imperialista degli Usa non assicuri per nulla un futuro di pace all’Europa. Su questo è bene essere chiari».  

Ha nostalgia della Prima Repubblica?  

«La Prima Repubblica era fondata sui valori del dopoguerra, della resistenza e delle conquiste sociali. Quel sistema di valori, e di moralità diffusa, condizionava la politica e gli stessi politici. Sicuramente esistevano un correntismo spinto e una gestione del potere talvolta spregiudicata che ha prodotto fenomeni corruttivi. Ma la militanza politica era complessivamente mossa da idealità e vissuta con la passione dell’impegno. C’è bisogno di quella politica». 

E’ pronto a scendere in campo alle prossime elezioni politiche per affermare questa “esigenza”?  

«Non so se sarò candidato.  Sicuramente ‘Ecologia e Diritti’ sarà in campo per far valere le proprie ragioni, che poi sono quelle di  chi ha a cuore il proprio futuro e quello delle giovani e prossime generazioni».  

 

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