«Mi chiese di fargli fare un arresto»

Scritto da , 17 novembre 2017

Pina Ferro

«La droga che mi chiese D’Angiolillo la posizionai in via Etruria a Battipaglia. Non gli feci il nome di nessuno da arrestare perché non sono un infame. Fu D’Angiolillo a dirmi che la perquisizione presso la mia abitazione era stata effettuata a seguito della “cantata di Landi”». A confermarlo, ieri mattina, in video conferenza è stato il collaboratore di giustizia Paolo Podeia al magistrato Marco Colamonici nel corso dell’udienza dei processo a carico del poliziotto Mauro D’Angiolillo accusato da Paolo Podeia di aver chiuso un occhio durante una perquisizione per poi chiedere in cambio il nome di qualcuno da arrestare e della droga da ritrovare e poi far passare come un’operazione di polizia. Ieri mattina, il collaboratore di giustizia (assolto dal gup con il rito abbreviato per la vicenda in cui è a processo ordinario il poliziotto) ha ripercorso le varie fasi della vicenda rispondendo con lucidità e tempestività a tutte le domande del pubblico ministero. «D’Angiolillo, quando era ancora a casa mia mi disse che aveva visto Alda Di Benedetto calare, con una corda, da una finestra un borsone contenente la droga e che siccome non era intervenuto io avrei dovuto fargli arrestare qualcuno e procurargli della cocaina. Per quanto riguarda l’arresto, imme-diatamente, dissi a D’Angiolillo di no perché io non sono un infame» Sulla richiesta circa lo stupefacente, non rispose immediatamente. «Dopo aver ricevuto la richiesta da D’Angiolillo mi recai da Biagio Parisi al quale raccontai il tutto compreso che il poliziotto aveva visto la moglie (Alda Di Benedetto) calare il borsone e che ci dovevamo disobbligare. Biagio Parisi mi disse “apri gli occhi, stai attento, perché sempre un poliziotto è!”». Secondo il racconto del collabratore, D’Angiolillo diede appuntamento a Podeia il giorno seguente, intorno alle 14, presso il Bar Capri a Battipaglia. Fu qui che i due si accordarono su come e dove far ritrovare la droga. «Per vedere se potevo fidarmi di d’Angiolillo, chi chiesi i motivi che erano alla base della perquisizione che aveva effettuato il giorno primo a casa mia. D’Angiolillo disse che Carmine Landi mi aveva “cantato”. Mi disse anche che avrebbe fatto in modo da far risultare che la cocaina che gli avrei fatto ritrovare, a seguito di analisi di laboratorio, risultasse uguale a quella già sequestrata». Due ore dopo l’incontro al Bar viene posizionato lo stupefacente in via Etruria vicino ad un grossomasso. «La cocaina fu preparata da me e Biagio Parisi. Ricordo che cambiammo molte volte le bustine ed utilizzammo dei guanti per evitare impronte. La droga fu recuperata nei giardinetti di fronte casa di mia madre e di Parisi. Fu Parisi a prelevarla materialmente. Quella fatta trovare a D’Angiolillo non era quella contenuta nel borsone che Alda Di Benedetto aveva fatto sparire. Non ho assistito al ritrovamento della droga da parte di D’Angiolillo e degli altri poliziotti perché Mauro (D’Angiolillo) mi disse di non farmi trovare in zona». Podeia ha anche sottolineato che il poliziotto gli avrebbe detto che se “dovevo fare qualcosa a Landi non avrei dovuto farlo in presenza della moglie e del figlio. Io sapevo che D’Angilillo aveva una relazione con la moglie di Landi. Mauro mi chiese anche riservatezza sull’accordo perché al commissariato già lo reputavano una pecora nera». Pedona ha poi spiegato di non aver parlato dell’accordo neppure con il fratello in quanto appartenevano a due gruppi diversi e poi “D’Angiolillo era sempre un poliziotto”. Infine Podeia ha anche sottolineato che D’angiolillo non era quasi mai da solo ma insieme ad un altro poliziotto.

«Conosco Sabino De Maio, da lui mi rifornivo di stupefacenti»

«Sì, conoscevo Sabino De Maio, ieri, siamo anche stati condannati insieme!». Il collaboratore di giustizia Paolo Podeia, ascoltato ieri in videoconferenza da un luogo protetto rispondendo ad alle domande del pubblico ministero Marco Colamonici ha affermato di conoscere bene Sabino De Maio, attuale collaboratore di giustizia e, un tempo, per sua stessa ammissione reggente del clan Pecoraro Renna. Podeia ha spiegato di conoscere bene De Maio e che presso di lui si riforniva di stupefacenti e non solo. Ma, Podeia ha anche tenuto a precisare di non aver mai parlato con l’esponente del clan Pecoraro Renna della vicenda D’Angiolillo e di non sapere se lo stesso fosse mai venuto a conoscenza della droga che era stata fatta trovare all’agente. Al momento non è dato sapere se Sabino De Maio che ha deciso di collaborare con la giustizia da alcuni mesi, abbia riferito ai magistrati dei suoi rapporti con Podeia. Non è da escludere che le dichiarazioni a tal riguardo possano essere depositate nelle prossime settimane.

«Maria Palladino era la sindaca per i suoi rapporti sul Comune»

«Maria Palladino si la conosco…noi la chiamavamo “la sindaca” perché aveva buoni agganci al comune di Battipaglia ed aveva un ottimo rapporto con il sindaco Santomauro». Paolo Podeia ha risposto a tutte le domande che gli sono state formulate dalla pubblica accusa. Non ha parlato solo della vicenda relativa a Mauro D’Angiolillo e della droga fatta ritrovare in via Etruria. Ad un certo punto il pubblico ministero ha elencato alcuni nomi chiedendo chi fossero. Immediate le risposte di Podeia. «Maria Palladino abitava nello stesso palazzo di Biagio Parisi». Podeia ha sottolineato che nel rione si conoscevano tutti perché in realtà era popolato da circa trenta famiglie. «Se avevamo bisogno di qualcosa ci rivolgevamo a lei perché lei aveva buone conoscenze al Comune». Chi è Anna Pellegrino ha chiesto il Pm? «E’ la madre di Agostino e Giovanni Cavallaro. Giovanni era nel gruppo di Biagio Parisi, mentre Agostino era l’uomo di fiducia di Pastina.

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