Marina Pellegrino plays at Carnegie Hall

Scritto da , 11 marzo 2016

Di OLGA CHIEFFI

 

“Only tonight!” il 19 marzo nella Weill Recital Hall della Carnegie Hall di New York, storico crocevia sonoro d’America, illumineranno  il gran coda nero, al quale si assiderà Marina Pellegrino, da Vietri sul mare. Con lei, su quello stesso palcoscenico che ospitò nel 1938, il primo concerto di una band composta da bianchi e neri, quella di Benny Goodman, e che ha da quella data sempre affermato la totale libertà e universalità della musica, ci saranno gli altri vincitori  dell'American Protégé International Competition of Romantic Music 2015. La pianista, figlia d’arte della madre Nella Pinto, allieva dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia presso la classe di alto perfezionamento in musica da camera del M° Carlo Fabiano, diplomatasi con lode con Francesco Nicolosi, perfezionatasi con Michele Campanella, oggi alla corte di Andrea Lucchesini presso la scuola di musica di Fiesole, ha scelto per l’esibizione newyorkese di eseguire la Suite Bergamasque di Claude Debussy Il primo ciclo pianistico di Debussy è dedicato a un tema molto familiare ai poeti di  ne Ottocento: il mondo della Commedia dell’Arte, da intendere non come modello di una cultura solare e gaudente, ma come raffigurazione, sinistra e misteriosa, di un’identità coperta da una maschera. Verlaine era sicuramente il poeta più interessato a proseguire questa ricerca: le sue Fêtes galantes sono piene di Pierrot e di Colombine inquietanti, che si aggirano nell’oscurità quasi in cerca di se stesse. La Suite bergamasque (1890) di Debussy allude senza dubbio a quel mondo, privilegiando la componente onirica a quella spettrale: il Prélude ricorda con nostalgia i frontespizi delle analoghe pagine clavicembalistiche, il Menuet continua ad alludere al Set tecento, senza tuttavia rinunciare agli aspetti timbrici, armonici e formali del linguaggio moderno, il Claire de lune (senza dubbio la pagina più famosa di tutto il catalogo Debussy) raffigura bene, con la giusta malinconia, un mondo di maschere che sembra aver smarrito il suo contesto, una pagina, questa che la Pellegrino rende come un vero e proprio  aforisma musicale, con una poetica fatta di “colori”, di effetti timbrici inaspettati, di combinazioni armoniche ardite, di dissonanze sospese, di sonorità rarefatte, di timbri mutevoli, di emozioni esaltate dal suono in quanto tale, con la tenerezza sorridente del suo sentire musicale, mentre il Passepied  finale è un delizioso gioco di crome staccate, fredde e distanti come rotelle di bambole meccaniche.

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