Marina Pellegrino: Estate Romantica

Scritto da , 30 agosto 2017
image_pdfimage_print

Serata inaugurale, questa sera, alle ore 20,30, nella abituale cornice Arciconfraternita della SS. Annunziata e del SS. Rosario di Vietri sul Mare, della VI edizione della rassegna diretta da Nella Pinto

Di OLGA CHIEFFI

Sarà la pianista Marina Pellegrino ad inaugurare questa sera, alle ore 20,30, nella ormai abituale cornice Arciconfraternita della SS. Annunziata e del SS. Rosario di Vietri sul Mare la VI edizione della rassegna Estate Classica, patrocinata dalla Provincia di Salerno e dal Consiglio regionale della Campania, che da stasera sino al 3 settembre, porrà in luce le gemme dedite all’arte musicale della porta della Divina. Il direttore artistico della rassegna Nella Pinto e l’organizzatore Guido Mastroianni hanno affidato alla pianista Marina Pellegrino, reduce da un lungo tour estivo che l’ha portata ad esibirsi anche al Festival di Spoleto, il concerto inaugurale, che sarà interamente dedicato al Romanticismo di autori legati da un filo concettuale improntato ad un’affettiva profondità. La serata sarà aperta dall’ Improvviso op.90 in sol bemolle maggiore D899 di Franz Schubert, specchio del suo tormentato e tragico universo interiore, che trascende completamente l’originaria funzione di piacevole e innocuo pezzo di intrattenimento tipica della tradizione del Klavierstuck per dar vita a una pagina di straordinaria intensità drammatica e ineffabile fascino poetico che si colloca, pur nella totale diversità di struttura e di scrittura pianistica, a fianco delle Ballate e degli Scherzi di Chopin. Si continuerà, quindi, con la Sonata n° 15, op.28 in Re maggiore, composta nel 1801 da Ludwig van Beethoven, definita Pastorale. L’opera recupera integralmente la forma classica entro l’estetica del caratteristico, permettendo di cogliere un più generale passaggio dal Settecento all’Ottocento, una magica sospensione in cui convivono il passato, il presente e il futuro. Scorgere nel quieto, sereno, uniforme dipanarsi del discorso musicale, nella tinta altrettanto omogenea della tavolozza timbrica, nella pura luce che si sprigiona qui da ogni nota, da ogni pausa, niente più che l’espressione ingenua di quella semplicità serafica e infantile, si attaglia perfettamente alla pianista vietrese. Il pianoforte riuscirà a tradurre perfettamente in contemplazione stilizzata, in stupefazione, in concrezione cristallina, pur quanto sottilmente commossa, l’assenza di contrapposizione dialettica, di tensione tra opposti, di “dramma”, che di questa sonata è ingrediente decisivo; l’allargarsi del tempo, il farsi quiete del movimento per via della ripetizione dell’identico, il “prendersela comoda” del discorso musicale,  evocherà il climax di certe riflessioni di Theodor Wiesengrund Adorno. Già l’Allegro iniziale mira allo stemperamento della dialettica, con la lunga sinuosità della frase iniziale, il soffice effetto timbrico del pedale armonico ribattuto. Nell’Andante – pagina di grande densità meditativa, prediletta, sembra, dall’autore anche negli anni della maturità – Beethoven ritorna a un tipo di scrittura che già aveva sperimentato con il basso staccato che sorregge i fermi accordi della melodia; si tratta di una scrittura che porta alla definizione di un timbro pianistico del tutto peculiare, poiché le note staccate del basso mettono in azione tutti gli armonici dello strumento; segue un brillante ed epigrammatico Scherzo, attraversato da un Trio che allude agli echi di strumenti campestri. Ed è soprattutto nel finale che si affermano gli stilemi “pastorali”, con un refrain segnato da un bordone suggellato da una coda vorticosa ed incisiva. Finale dedicato a Johannes Brahms a cominciare dagli Intermezzi op.117, datati 1892, la sua confessione più sincera, in cui l’autore sembra osservarsi in un armadio con specchio a tre ante per guardarsi dentro in tutta la rassegnazione della sua esistenza solitaria. Fu lui stesso a definire «ninna-nanna dei miei dolori» il primo brano della raccolta. L’ispirazione viene da un’autentica ninna-nanna scozzese, ma l’impressione è che il compositore si rivolga proprio a se stesso, nel tentativo di consolarsi per aver condotto una vita privata piena di occasioni perse. Brahms stava scrivendo il suo diario; ma, nonostante i tentativi consolatori, non erano pagine serene, e l’inquietudine emerge nei due Intermezzi successivi, che scavano nei meandri ombrosi della tonalità minore. Finale con le Variazioni e fuga su di un tema di Händel op. 24, vera summa della ricerca portata avanti da Brahms sulla struttura del ciclo pianistico su soggetto dato, composte nel 1861. Il tema è tratto dall’Aria della Prima suite in si bemolle maggiore, una pagina del 1733 che colpisce per una semplicità estrema. Brahms parte proprio dalle fioriture incipriate dell’idea barocca, per avanzare progressivamente nel tempo, fino a raggiungere la malattia dell’età romantica: scatti di nervi imprevedibili, ripiegamenti intimistici, ispessimenti della scrittura capaci di dare l’illusione dell’impasto orchestrale, toni cavallereschi, danze fantastiche, ombre sinistre. Il tutto culmina nella fuga finale, che riprende il modello impostato da Beethoven nelle ultime Sonate.

 

 

Consiglia

Cronaca

Attualità

Spettacolo e Cultura

--sidebar-wrapper-->