Mariano Bauduin incontra Mozart: ‘O flauto Magico

Scritto da , 10 maggio 2018
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Presentata ieri mattina nel foyeur del teatro Verdi l’opera inaugurale del nuovo cartellone lirico, un “Die Zauberflote” rivisitato secondo i dettami della tradizione partenopea

Di OLGA CHIEFFI

 Non è nuovo alle rivisitazioni il Die Zauberflote mozartiano, la favola si presta a diverse angolature e riletture. Ieri mattina, nel foyeur del teatro Verdi, ci siamo ritrovati col regista Mariano Bauduin, e buona parte del cast, a poche ore dalla prova generale, che ha accolto in teatro ben 550 ragazzi delle scuole superiori salernitane, per i quali il segretario artistico del teatro Antonio Marzullo, mente vulcanica, ha lanciato un concorso per la migliore foto pubblicata su instagram, che porterà il vincitore ad uno spettacolo di “Un’Estate da Re”. Mariano Bauduin ha pensato, sulle tracce del suo maestro Roberto De Simone, al flauto come ad una grande favola barocca, che della fiaba deve mantenere lo spirito, il valore allusivo, una Zauberoper , genere che aveva un vastissimo seguito a Vienna all’ epoca del Flauto, e che era derivato in parte proprio dall’ opera barocca. La fiaba è rappresentazione dell’ immaginario che nulla deve descrivere. Esigenza che la musica di Mozart coglie in modo sublime, come nella scena delle prove del fuoco e dell’ acqua, elementi mai descritti in orchestra. In questa chiave i luoghi dell’ azione sono presenti e al tempo stesso emblematici: segni che rinviano ad altro, senza intenti didascalici. Ogni percorso a senso unico può attentare a quel sostrato poetico, quel mistero del teatro, più che mai necessario in un racconto di fiaba. Mitema, favola, letteralismo, attorno alla figura di un eroe, che sorge da un limbo, un mondo sotterraneo, una grotta (ricordiamo la regia di De Simone alla Scala con quella grotta a centroscena sovrastata da un mascherone), quel particolare rapporto di noi uomini del Sud con il mondo dell’al di là ha spinto Baduin a “imbrogliare” le lingue, spaziando da dialoghi in napoletano antico, al latino per i personaggi alti, ai fonemi moreschi per Monostatos, inserendo anche un nuovo personaggio, la vecchia, la ‘gnora Ava, la cuntista che racconta i passaggi più ascosi della favola, impersonata da due attrici, Renata Fusco e Antonella Morea, specialiste del teatro e del barocco napoletano, in una vera e propria ri-creazione del testo.   Tutto nel flauto magico, come nella Cantata dei Pastori ha origine comune, quasi radici e rami della stessa pianta, che passa dal bosco, sapientemente animato, sino alla nascita finale di Gesù, nella cantata e il passaggio della “nottata” nel flauto magico, in un mondo in cui l’unione fra la luce e l’ombra non è realizzata, la conciliazione del perdono avviene soltanto con la sconfitta delle tenebre in favore della luce, della gioia, anche esteriore. La tenebra significava dolore, ma anche dolcezza, intimità di un grembo, l’edificazione di una società futura ideale, deve escludere l’alternativa alla luce, deve ancora illudere l’uomo che non avrà più ostacoli, dubbi da temere nelle sue scelte. Ma noi uomini del Sud, sappiamo bene come la luce e l’ombra si compensino e come la vera grotta della luce sia soltanto la vita, alla quale Tamino e Pamina si risvegliano, unitamente a Papageno che trova la sua Papagena, cominciando a scrivere la storia. Vita, morte, vecchiezza e fanciullezza sono ambiguità  che appartengono anche ai tre geni volanti, a loro volta proiezioni di Sarastro. Bambini e saggi: molte fiabe contengono figure di questo tipo, giovani custoditi da un personaggio che non ha permesso loro d’ invecchiare: vecchi e fanciulli, erogatori d’ innocenza e saggezza, i genietti, Aysheh Husanait, Camilla Novelli e Barbara Torre, avranno il ruolo di psicopompi, traghettatori di anime. Bauduin ha voluto per le tre dame due soprano, Minni Diodati e Chiara Di Girolamo, ed un controtenore, Enrico Vicinanza, per evocare, con un ruolo en travesti, la Napoli barocca.  Il Flauto magico regala radici favolose e intrecciate anche a Papageno, l’ uccellatore, riconducibile a una figura presente nelle tradizioni carnevalesche, l’ uomo selvatico, creatura arborea, rappresentazione fallica, così come accade per la maggior parte delle maschere e che nel nostro Flauto si trasformerà in Pulcinella, coscienza popolare. Non a caso molte battute di Papageno arrivano dal repertorio della commedia dell’ arte, come la Papagena, divinità di natura, da vecchia si trasforma in giovane, come la quaresima che torna primavera. In tutte le culture l’ uccellatore è un raccoglitore di anime, un Caronte, che dopo averle radunate le consegna alla Regina della Notte, personificazione della morte e grande madre, divinità notturna che, come Diana circola con il suo seguito di dame. I personaggi si muoveranno nel bosco di specchi, elemento magico per eccellenza, costruito da Nicola Rubertelli, mentre i costumi sono firmati da Marianna Carbone. Astrifiammante, la regina della Notte avrà la voce di Sara Bloch, mentre ancora una voce del nostro conservatorio col marchio a fuoco di Marilena Laurenza e passata alla corte di Mariella Devia, darà vita a Pamina, che impalmerà Tamino, interpretato da Anicio Zorzi Giustiniani. Un debutto il suo, sia nel ruolo, sia nel “suo” teatro. Ritorna al Verdi Filippo Morace per trasformarsi nel più simpatico dei Papageni, mentre al suo fianco vi sarà la Papagena di Francesca Paola Natale mentre Monastatos è Marcello Nardis, e su tutti dominerà il Sarastro di Giovan Battista Parodi. Sul podio a dirigere e districare tutto questo bailamme di personaggi e a offrire guida sicura all’orchestra ci sarà Andres Mustonen, supportato dal direttore del coro Tiziana Carlini. Domani alle ore 21, l’attesa prima.

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