Mari: il dialogo con l’assoluto

Scritto da , 15 febbraio 2016
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Successo per Tino Caspanello che ha inaugurato la stagione Mutaverso diretta da Vincenzo Albano. Secondo appuntamento in cartellone il 19 febbraio con “La famiglia Campione” al Piccolo Teatro del Giullare 

 

Di Gemma Criscuoli

 

A volte bisogna attraversare un oceano per raggiungere chi è a un passo da noi. Al Teatro del Giullare un pubblico entusiasta ha accolto “Mari”, lo spettacolo diretto e interpretato da Tino Caspanello al fianco di Cinzia Muscolino ad apertura della prima stagione di Mutaverso, che ha in Vincenzo Albano il suo direttore artistico. Dopo una riflessione sulla drammaturgia contemporanea, che ha coinvolto Franco Cappuccio (Scene contemporanee), Maximilian La Monica (Editoria e spettacolo) e il critico Vincenza Di Vita, approdata alla lettura del suo “Kyrie”, affascinante cortocircuito temporale ed emotivo a due voci, Caspanello ha creato una messinscena nuda (una lenza, un secchio, lo sciabordare delle onde) in cui l’essenzialità diviene gravida, aprendo all’infinito ciò che è limitato. Siamo a quello che lo stesso autore ha indicato come un “un teatro a bassa definizione”: un uomo preferisce la solitudine del pescatore sulla battigia mentre la sua donna lo vorrebbe a casa. Lei si avvicina, si allontana, fa per andarsene, resta con un pretesto; pur rimanendo nei pressi dell’acqua, anche lui è di volta in volta vicino e lontano, coinvolto dal suo amore pudico o testardamente concentrato su di sé. Il dialogo è scarno, come se alle parole bastasse essere se stesse o non potessero esprimere altro, ma poi diventano ascolto e rivelazione di quel che il silenzio nasconde. In un paziente lavoro di sottrazione, ciò che si percepisce nella carne e nella mente si lascia lambire da quello che l’accoglie e la sovrasta. La donna è la terra, lo scorrere lento e definibile delle ore, l’attesa di una felicità, una stabilità che vuole accogliere; si identifica con un rifugio a cui tornare. L’uomo sceglie l’eterno presente di chi si misura con ciò che è senza limiti (il mare che è immagine antica e nuova della vita, dell’assoluto, dell’ incatalogabile). Ogni fragilità trova la sua essenza solo specchiandosi nella forza destinata a sopravviverle e solo nel silenzio della notte quel che ha fine e quel che non ne ha possono respirarsi, riconoscersi. I due sono a loro volta immagine della distesa acquatica, perchè ondeggiano tra vincolo e libertà, tra il bisogno di fondersi e la distanza. Quando la compagna dice di aver paura del mare di notte perché non sa dove comincia, lui le indica nella riva il punto di inizio. Dove corpi e parole giungono all’ultimo confine, il prima e il dopo diventano parole inutili. L’eterno accarezza la vita come fanno le onde con la sabbia. E quando le mani intrecciate dei due si immergono nell’acqua (la prima volta per sconfiggere ogni timore, la seconda per sentirsi parte di quel mondo liquido in cui tutto può ancora finire e ricominciare), una lenta dissolvenza li fa scomparire. Il buio adesso non incute spavento. L’acqua e la terra non possono fare a meno l’una dell’altra. È in quel momento che ci si riscopre e  ci si comprende, quando si  volge lo sguardo all’indefinibile, a quel che non conosce tempo e spazio.

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