L’unità di lingua e nazione nell’Italia pre-unitaria

Scritto da , 13 gennaio 2014

L’idea concernente il nesso tra lingua e nazione presuppone storicamente una relazione di corrispondenza ed unità, che trova diretto riscontro in un discorso di Luigi Settembrini in Ricordanze della mia vita (ed. a cura di M. Themelly, Milano 1961), in cui l’autore enuncia l’esempio di un popolo, che, smarrendo patria e libertà, soggetto, dunque, a diaspora, non può che avere presente quale unico punto di riferimento, a salvaguardia della propria identità socio-culturale, la lingua, che «gli tiene luogo di patria e di tutto…». Il Settembrini applica, nel merito, questo concetto generico alla situazione italiana, in seno alla quale il ridestarsi di un comune sentimento identitario, a séguito di tre secoli di servaggio a garanzia dello straniero dominatore, sortì come risultato il riconoscersi in una lingua condivisa, «che Dante creava, il Machiavelli scriveva, il Ferruccio parlava», a perenne ricordo «di grandezza di sapienza di libertà», da interpretare, inoltre, quale «prima manifestazione del sentimento nazionale». Il ragionamento sviluppato dal Settembrini rappresenta una sintesi della tendenza ideologica assunta da patrioti e letterati italiani, che vissero ed operarono fra la temperie risorgimentale e quella in cui si consumò il processo di unificazione politica della Penisola, in relazione al comune strumento linguistico. Tullio De Mauro, in Storia linguistica dell’Italia Unita (Editori Laterza, Bari 2003), sostiene che nel contesto storico proprio del Romanticismo ebbe notevole risalto il concetto di unità di lingua e nazione, a fondamento del quale non sussistevano ragioni di carattere intellettuale o letterario, ma di matrice sostanzialmente politica. A partire dalla seconda metà del XVIII secolo nell’intero Occidente il principio di nazionalità si impose nella vita politica, innalzando a simbolo di unità di un popolo la lingua. Ciò accadde anche in Italia, dove, anche prima dell’avvento del Risorgimento, ebbe diffusione, nel solco della sua tradizione culturale, passando attraverso l’operato di Dante, Vico, Muratori, l’idea secondo la quale la lingua avesse valore di vessillo della nazione e che il conformarsi al suo quadro normativo fosse dimostrazione di nazionalità, facendo sopravvivere, in tal modo, al trascorrere dei secoli, una coscienza politica unitaria, che dalla sua fase embrionale sbocciò in forme ben definite in età risorgimentale. Il concetto appena enunciato fu oggetto di un’intensa attività intellettuale svolta dai suoi sostenitori sia in Italia che altrove, nonché fonte di svariate espressioni letterarie: ad esempio, l’invito rivolto agli «ingegni italiani» da parte del Muratori (in Perfetta poesia) di impreziosire la lingua italiana, di insegnarla alle giovani generazioni nelle scuole pubbliche, unitamente al latino, e di adoperarla, in luogo di altri idiomi, nella trattazione della totalità delle arti e delle scienze, a tutela dell’onore e della gloria dell’Italia; l’appello dell’Alfieri (in sonetto CLXIII, ed. del bicentenario, vol. IX), affinché l’Italia, cui si lega il destino della sua lingua gentile e pura, si affranchi dal giogo straniero; l’esortazione del Puoti (in Ricordanze della mia vita di Luigi Settembrini, ed. M. Themelly, Milano 1961) a produrre scritti in quella che egli definisce «vera lingua d’Italia», attraverso cui abituare i propri conterranei a «sentire italianamente» e ad avere a cuore la patria; il sollecitare da parte del Foscolo l’amore per l’Italia, quale antidoto contro ogni forma di contaminazione per mezzo di influssi stranieri, a nocumento della purezza e della grazia dell’idioma patrio; l’auspicio del Manzoni in Marzo 1821, perché vi sia un solo popolo libero di autodeterminarsi sul proprio suolo natìo, dalle Alpi al mare, non più schiavo del dominio straniero e che sia uno anche nella lingua, nella religione, nella memoria, nel sangue, nel cuore. Ma l’affetto per la lingua italiana non è mai scaduto in passione dettata da strenuo fanatismo, poiché informato sempre ai valori di un europeismo linguistico, che, in Italia, a partire dall’unificazione, è alla base di una legislazione profondamente rispettosa delle minoranze alloglotte, a differenza di ciò che è avvenuto in Germania, dove l’esclusivismo linguistico, tuttora larvatamente presente, scatenò, in passato, l’idolatria per la lingua tedesca, al punto da indurre a condannare la presunta corruzione della purezza degli idiomi germanici ad opera della cultura e della civiltà latina e cristiana.

Giuseppe Vitolo 

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