Lucia, la pazza per amore

Scritto da , 5 ottobre 2018
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Questa sera, alle ore 21, tanti ospiti al teatro Verdi per applaudire Gilda Fiume, nelle vesti dell’eroina donizettiana. In buca l’Orchestra Filarmonica Salernitana diretta da Daniel Oren, a supportare lo spettacolo firmato da Renzo Giacchieri

 Di OLGA CHIEFFI

 “C’è sempre un grano di pazzia nell’amore, così come c’è sempre un grano di logica nella follia”, scriveva Friedrich Nietzsche in “Also sprach Zarathustra”. Stasera, alle ore 21 riflettori puntati sulla Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti, titolo che segna la ripresa autunnale della stagione lirica del teatro Verdi di Salerno, affidata alla tradizione registica di Renzo Giacchieri e alla bacchetta di Daniel Oren. Molti sono gli attributi di qualità di questo capolavoro, a partire dall’alata pronuncia melodica, ma senza dimenticare il ruolo di funzionalità narrativa che vi acquisisce l’orchestra, e con maggiore forza evocatoria di quanto non stesse avvenendo in Bellini. Il compositore individua felicemente il preciso rapporto che s’instaura tra idea tematica e tratteggio timbrico, dall’iniziale presentazione dell’ingresso di Lucia (ruolo che saluterà la voce speciale di Gilda Fiume), demandata all’arpa, al trafittivo sposalizio degli interventi di costei con l’impasto degli strumentini. Attendiamo la prova dell’oboe, che commenta il suo incontro con il fratello Lord Enrico Ashton (il baritono Vitaly Bilyy), nel secondo atto, e della glassHarmonica di Philipp Marguerre per gli annunci di morte evocati dal suo suono acidulo e surreale. Tutto ciò contribuirà a percepire il bruciante nesso tra il disegno tematico e frase verbale, prima premonizione vera dell’opera verdiana, quando il potere dell’evocazione librettistica diverrà mito: “Chi mi frena”, “Tu che a Dio spiegasti l’ali”, e successivamente “Ha quest’infame l’amor venduto” o “Dov’è mio figlio” diventeranno luoghi tipici del parlare comune. Gli arredi del romanzesco, quand’anche spesso deviati dalla formula “storica” a quella “d’appendice”, ci sono tutti, l’intreccio do cappa e spada, l’eroe solitario e bandito, le nozze contrastate e quelle di convenienza, i temporali notturni e gli avelli, l’autorità familiare nel cui nome dovrà compiersi il sacrificio dell’eroe o dell’eroina. Trama che sarà sottolineata dalla regia di Renzo Giacchieri e dalle scene e le video-proiezioni di Alfredo Troisi, i quali hanno pensato ad un gotico noir, con un’attenzione particolare al personaggio di Lucia, alla compassione, quasi a far intravvedere il Manzoni di Ermengarda. Nel delirio di questa fragile vergine c’è l’affidamento alla provvidenza, poiché la chiusura dell’opera affidata a Raimondo Beidebent (Carlo Striuli) recita “Dio perdona un tanto error”, a sigillo del suicidio di Edgardo (Stefano Secco). La scena principe resta la scena della follia, un numero chiuso molto elaborato. Teoricamente, è un’aria che segue uno schema usuale e si articola in un recitativo accompagnato dall’orchestra (“Il dolce suono mi colpì di sua voce!), nell’aria vera e propria (il Larghetto “Ardon gl’incensi”), in una scena di raccordo e in una cabaletta conclusiva (il Moderato “Spargi d’amaro pianto”). In realtà, all’interno, ogni rapporto è alterato, e non è possibile individuare una linea ferma: è un continuo susseguirsi di brevi melodie, di continui incisi, che tentano di tradurre il più possibile i sentimenti che il testo suggerisce. La pazzia è ebbrezza e anche autocompiacimento, gioco di specchi con gli effetti strumentali, una tavolozza timbrica inedita per un timbro nuovo anche nella voce della protagonista, un suono assoluto, purissimo che sposa quello del bicchiere di cristallo. A completare il cast Vincenzo Casertano che sarà Lord Arturo, Miriam Artiaco nel ruolo di Alisa e Angel Harkatz per il Normanno, mentre il coro è stato preparato da Tiziana Carlini.

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