Lorenzo Viotti: un’eredità pesante

Scritto da , 5 Settembre 2019
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Un Rossini molto contenuto, un Puccini da dimenticare e il sempre coinvolgente linguaggio di Dvoràk per il figlio di Marcello che ha chiuso il Ravello Festival con l’Orchestra dei Filarmonici della Scala. In formazione il violoncellista salernitano Alberto Senatore

Di OLGA CHIEFFI

L’ Orchestra dei Filarmonici del Teatro alla Scala di Milano, fondata da Claudio Abbado per approfondire certo repertorio sinfonico nell ’ambito della grande tradizione operistica del massimo milanese, ha chiuso la LXVII edizione del Ravello Festival, diretta dal ventinovenne Lorenzo Viotti. Pubblico delle grandi occasioni, sul Belvedere di Villa Rufolo per il saluto alla musica e all’estate, che il figlio del raffinato Marcello ha inteso omaggiare, ligio alle linee estetiche di Paolo Pinamonti del confronto Italia-Europa-America, con l’Ouverture del Barbiere di Siviglia, di Gioacchino Rossini. Lettura contenutissima, senza le attese e abituali esplosioni strappaplausi dell’orchestra, ma con attenzione al ritmo che qui ha sostanza fonetica, è “parola” sussurrata da strumento a strumento che si personalizza, circola, acquistando voce “borghesemente” umana, che però, non è  sbottata nell’allegria del secondo celeberrimo e travolgente motivo. L’attenzione alla “parola” era la caratteristica di papà Marcello: chissà se Lorenzo farà sue le ragioni musicali paterne, per ora ha avuto la enorme fortuna di condurre formazioni navigate quali quelle del Teatro La Fenice di Venezia che era casa Viotti, del Maggio e ora della Scala, templi musicali che non aprono così facilmente le porte a giovani, pur validi. Giunge il momento del Preludio Sinfonico firmato da un Giacomo Puccini, ancora studente e con esso un siparietto tra direttore e pubblico che ha amaramente confermato che quel sapore di antica eleganza, rispetto e attenzione per la musica, il Ravello Festival lo ha messo definitivamente da parte: orchestra ferma per dar modo ad alcune signore in lamè, paillettes e falpalà, di accomodarsi, tra i sorrisi del bel Lorenzo e l’indignazione di quanti hanno da sempre seguito il Festival e magari, perdendo il concerto per soli tre o quattro minuti. L’intensa pagina di Puccini, datata 1876, ha rivelato la concertazione e la direzione acerba di Lorenzo Viotti, i brani lenti, infatti, pongono in luce ogni magagna di suono e d’assieme: non un attacco preciso, in particolare da parte degli archi, poca amalgama (purtroppo siamo all’aperto e taluni brani non sono di semplice proposizione) in un pezzo difficile da tenere in equilibrio fra sonorità robuste e quasi impalpabili, disegni melodici sul filo di un’armonia per l’epoca ardita, di ascendenza wagneriana e ponchielliana. La serata è stata conclusa dalla Sinfonia Dal Nuovo Mondo di Antonin Dvoràk, con il direttore che si è affidato per intero ai Filarmonici, riuscendo, così, ad esprimersi al meglio, lavorando su ogni minimo dettaglio, con determinazione estrema, per giungere a cogliere, nel modo più segreto, il respiro interno di una scrittura che attua una compenetrazione degli opposti, di un caleidoscopio incredibilmente ricco, che richiede immagini timbriche distillate una per una. I temi americani di Dvoràk ci sono pervenuti non in presa diretta, ma attraverso un filtro che è venuto recepito come rievocazione, ricordo, nostalgia, contrastata dalle esplosioni sonore che hanno acquistato valore di partecipazione coinvolgente, grazie alla “seconda” direzione del primo oboe, che ha gestito i meravigliosi strumentini,  con su tutti il corno inglese e i flauti, facendoci riconciliare col giusto timbro dei legni, alla giovane timpanista, perfetta nella sua interpretazione, mentre non possiamo elogiare oltre il quintetto dei corni, non a proprio agio in particolare in apertura di programma. Ci concederete la citazione della presenza in formazione del giovanissimo violoncellista salernitano Alberto Senatore, figlio d’arte del flautista Antonio e del konzertmeister, Francesco De Angelis, diplomatosi nel nostro conservatorio. Tre chiamate al proscenio per questa Orchestra e per il direttore Lorenzo Viotti, il quale nel suo frusciante frac ha rubato l’occhio del pubblico femminile, e bis con un altro pezzo tutto scoperto, l’Intermezzo della Cavalleria Rusticana, nella versione con fiati.

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