L’omaggio di Salerno a Mario Carotenuto

Scritto da , 26 ottobre 2017

La comunità cittadina politici intellettuali, uomini della strada ha portato il loro saluto al più amato e conosciuto degli artisti

Di Olga Chieffi

E’ dall’altr’ieri pomeriggio, che la natura regala dei tramonti speciali, incantati, fatti di infinite sfumature, riproducibili e interpretabili solo da chi la pittura la conosce veramente. Per quanti riescono ancora a concedersi un infinito istante per guardare ad ovest verso la costiera, avrà ritrovato in quei colori il segno di Mario Carotenuto. Salerno ha sfilato nella serata di ieri tra le colonne del Tempio di Pomona per l’omaggio ad uno dei pittori più amati conosciuti, ex allievi, il mondo dell’arte, dello spettacolo, della gente comune non ha voluto mancare il pensiero di un fiore, di uno sguardo, il saluto ai familiari, una riflessione sulla storia della città attraversata da Mario Carotenuto. Non solo l’omaggio all’artista ma ancora uno sguardo alla mostra in essere Autoritratti degli anni ’70 nella Sala San Tommaso e il Presepe nella Sala San Lazzaro. Salerno ieri ha ripensato insieme il sogno, il mistero, la magia, elementi essenziali di questa rappresentazione, che si confondono nella luce pura del giorno e nel silenzio vibrante della notte. Sullo sfondo, l’io dell’artista, alla scoperta di una dimensione nuova, ineffabile della realtà: il tremore delle cose, l’accendersi e lo spegnersi delle stelle, il dischiudersi del palpito di una nuova vita, in un continuo trascolorare, ci hanno fatto sentire, a contatto con gli assoluti, il continuo fondersi della morte e della vita, nell’unico mistero della loro origine. Carotenuto ha esplorato se stesso per scoprire le origini, i motivi remoti delle proprie emozioni. La profondità dei suoi quadri non è di spazio, ma di tempo. Non è l’istante fermato, né il tempo che scorre nei ritratti, è un tempo remoto e profondo, su cui l’immagine del presente si adagia e dilata, come una ninfea sull’acqua ferma. Se Cézanne dava alla sensazione la dimensione intellettuale, ontologica della coscienza, Carotenuto la colloca in una dimensione tra immaginazione e realtà. Poiché l’immagine occupa uno spazio e un tempo interiori, non possono esservi effetti di luce: infatti la luce, in particolare nelle tele, non incide, ma emana dalle cose stesse. La grafia rapida e sciolta del disegnare di Carotenuto ha tradotto visibilmente un ininterrotto diario sentimentale, in un riemergere involontario di folgorazioni o accensioni di senso, col baluginare improvviso di invisibili sostanze. La natura sta perpetrando i suoi colori in questo solo fisico addio descrivendo realmente quel cielo privo dei vapori dell’umidità, che attutisce i colori e ammorbidisce i toni, luogo dell’anima e del suo riposo, che si specchia in una solare tavolozza di verdi, di gialli, di azzurri, di immancabili rossi, un epico nostos, quale fu quello di Picasso e Mirò, nel colore e nell’immagine, alla ricerca di una bellezza mitica della natura che risarcisca dagli errori e orrori della storia degli uomini. In questa abbacinante sfera cromatica di queste visioni naturali, che sono le nostre oggi, le sue per oltre ottant’anni, è racchiusa coerentemente l’avventura di un artista e soprattutto di un uomo che ha fatto del colore e della pittura il proprio grido d’amore per il creato, di un “vecchio” e “giovane” pittore, che non si è mai stancato di stupirsi e che ha sempre continuato a ripeterlo, quel grido, finchè la sensazione di un fermento vitale giungerà a chi contemplerà la sua pittura, che vivrà per sempre come corpo vivo palpitante, rinnovandosi ad ogni sguardo.

 

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