Lo swing che viene dal mare

Scritto da , 11 Settembre 2014
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Uno dei titoli più ricordati, tra i brani di Duke Ellington, è anche uno dei suoi più divertenti e sospesi: “It don’t mean a thing, if it ain’t got that swing”, cioè “Non significa niente (Non vuol dire niente), se non ha quel certo swing”. Swing è una di quelle parole assolutamente americane di cui è una grana dare una soddisfacente resa in italiano. Si salta dai ballabili popolarissimi della “Swing Era”, al mistico swing dei giocatori di golf, degli sportivi americani che cercano la scioltezza, la naturalezza e l’efficacia del gesto atletico. Lo swing (qualsiasi traduzione se ne possa dare – e anzi, solitamente lo si lascia tale quale in inglese) ha dunque a che fare con un’idea di equilibrio e musicalità, con un’oscillazione perfetta e sensata, incorruttibile, un’immagine da cui si ricava l’impressione affascinante che la vita stessa, la nostra famosa esistenza, sia dotata di un suo proprio swing. Quale poi sia il significato – per ritornare al titolo di Ellington – di questo swing, non si può dire, e anzi stabilirlo non ha nessuna importanza: l’essenziale è coglierlo, accorgersene, registrarlo. Salerno, martedì sera, ha colto in pieno il senso di questa misteriosa parola, come la fece sua, 71 anni or sono, quando quell’8 settembre gli americani misero piede sulle nostre spiagge e con essi questo genere di musica. Si è iniziato intorno alle 17 con la visita al Museo dello sbarco di Salerno. Lì siamo stati accolti dai padroni di casa Edoardo Scotti e Nicola Oddati, che continuano a ricevere sempre nuove donazioni, documenti fotografie, tanto da non avere più spazio espositivo. In platea la Sig.ra Graziella Di Gasparro figlia di Giacomo, la quale ha speso per intero la sua vita per lasciare traccia della strage di Conca della Campania, in cui fu fucilato suo padre e che è divenuto un film “Terra bruciata”, dal saggio curato da Gabriella Gribaudi e Salvo Ascione. Al museo tra lo Sherman, il ponte di barche e il vagone merci, uno degli ultimi quattro, ancora in essere, adibiti al trasporto di militari italiani nei campi nazisti di sterminio in Germania e in Polonia, si è esibito lo stellare brass quintet della Nato. Corno, tuba e due trombe per un ensemble di eccezionale eleganza e amalgama, esempio di come il suono d’estrazione classica possa esaltare standards quali Blue Skies, Blue moon, blu Bossa e la delicata Satin Doll ellingtoniana, musica che chiede d’oltrepassare i limiti della sintassi per far vivere l’ascoltatore in un mondo particolare, un corpo da indagare, nelle sue pieghe più ascose, attraverso una “conversazione ragionevole” quale è stata quella del nostro quintetto, la cui prima tromba ha elevato anche il Silenzio in onore di tutti i caduti militari e civili della seconda guerra mondiale. Di corsa a Salerno per assistere alla sfilata della banda per le vie del centro storico, guidata dal tamburo maggiore, in perfetto allineamento, sulle note di Anchors aweigh. Dietro una banda si può arrivare dove si vuole, e nel codazzo che ha seguito i lucenti ottoni, la “summa” del nostro conservatorio con l’ex-direttore Fulvio Maffia, Antonello Mercurio e su tutti il trombonista Antonio Marzullo, a cui in seguito si è aggiunta la neo-direttrice Imma Battista. La grande festa musicale è continuata nell’anfiteatro all’aperto del Teatro dei Barbuti, ospiti del cartellone allestito da Giuseppe Natella e dalla sua Bottega San Lazzaro. Da Sing,sing,sing! All’omaggio al blues, a quelle 12 battute da cui tutto è partito, con un inusuale assolo di ottavino di Francesco Desiato, il quale ha schizzato poi con il flauto, una personale Girl of Ipanema, sempre alla ricerca di preziosità timbriche e stilistiche, dalla luminosa cantabilità, in duo con la nuova voce maschile dell’orchestra Bill Anderson. Attesa protagonista della serata Erin Strickland, e la sua voce fatta di pietra chiara, friabile e malleabile, gioiosa e di rara sensualità, che ha spaziato dal Gershwin di “S’Wonderful”, a una versione jazzata di ‘O sole mio”, passando per “Somewhere over the Rainbow” e bissando con “Yes Sir, that’s My Baby”. Bene l’orchestra, agli ordini di Thomas “Tommy” Lawrence, nei grandi classici, quali “In the mood” o “Sweet Georgia Brown”, che ha posto in luce interessanti solisti, a partire dal flicorno soprano, anche cantante e direttore dello splendido arrangiamento di “Autumn lives” e la first line delle ance, con sonorità morbida e rilassata. Applausi a scena aperta e appuntamento all’anno prossimo, alla XXX edizione della rassegna teatrale dei Barbuti, con la convinzione sempre più forte che il pubblico, nei confronti di questo genere, ma possiamo dire delle musiche afroamericane in genere sta vivendo un periodo significativo di sempre maggior gradimento.

Olga Chieffi

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