Lo Schiaccianoci inaugura il Nuovo Anno della danza

Scritto da , 3 Gennaio 2019
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Questa sera il balletto di Cajkovskij ritorna teatro Verdi di Salerno, un evento creato dal Teatro Pubblico Campano unitamente all’Orchestra Filarmonica Salernitana.

Di OLGA CHIEFFI

Principio del 2019 con la danza della grande tradizione russa per un teatro Verdi capace di unire i cartelloni di prosa e musica da stasera a domenica 6. Il palcoscenico del massimo cittadino ospiterà le scene di festa sotto l’albero di Natale, de’ Lo Schiaccianoci, che fanno del balletto uno dei titoli più amati dal pubblico, anche da quello molto giovane. Il sipario si leverà stasera alle ore 21, sulla compagnia State Academic Classical Ballet Theatre conosciuta in tutto il mondo come il “Moscow Classical Ballet”, mentre le musiche saranno eseguite dall’Orchestra Filarmonica Salernitana “G.Verdi”, diretta da Giovanni Rinaldi, compito non facile per il nostro direttore che dovrà tenere ben salde tra quattro redini palcoscenico e golfo mistico.  Opera innovativa Lo Schiaccianoci, datato 1892, per la modernità dell’assunto e per le implicazioni di ordine psicologico e sentimentale della vicenda. Esso discende da un racconto di E.T.A. Hoffmann, “Lo Schiaccianoci e il re dei topi”, pubblicato nel 1819 nei “Fratelli di San Serapione”, ma non direttamente, bensì nella versione di Alexandre Dumas. In origine è un racconto misterioso, un po’ magico e “nero”, a dispetto del suo singolare favolismo. Come balletto, perdette subito le connotazioni pericolose, ma non la sua sostanza letteraria che gli ha assicurato un interesse continuo e un duraturo stimolo alla volontà di capirne le ragioni più segrete. Il balletto racconta la storia di una bambina e dei suoi sogni: ella si chiama Clara, ha un fratello dispettoso di nome Fritz ed è figlia di un ricco signore, Sthlbaum. E’ la vigilia di Natale, grande festa dei ragazzi. Un singolare personaggio, metà mago e metà inventore, Drosselmeyer, dopo aver animato bambole meccaniche – ecco il gusto degli automi, caro a Hoffmann, – regala a Clara uno “Schiaccianoci” in forma di soldatino. Clara si addormenta con il suo giocattolo in braccio e sogna. Nella stanza divenuta magicamente grande, i giocattoli si animano, i soldatini sfilano in parata, ma ad un tratto esce dal sottosuolo un esercito di topi, guidato da un re da incubo. Lo schiaccianoci guida i soldatini in battaglia, ma viene sconfitto: lo slava Drosselmeyer ed ecco che il buffo giocattolo si trasforma in un radioso e bel principe. Sotto un cielo trapunto di stelle, Clara e il Principe partono, allora, per un viaggio fatato nel regno dei confetti. La meravigliosa avventura rende donna Clara, che, tuttavia, tornerà alla realtà poco dopo, svegliandosi col suo schiaccianoci in grembo. E’ stato un sogno, ma nulla sarà più come prima: l’intersecarsi di doppi significati e ambivalenze, la mescolanza di momenti di fanciullesca spensieratezza (le danze dei bambini e degli automi) con toni più cupi e grandiosi (in crescendo dal valzer dei fiocchi di neve al grand pas de deux finale), con quel senso del tragico, serpeggiante anche sotto le apparenze più serene, caro al compositore russo. Clara è un paradigma del passaggio non semplice dall’infanzia all’età adulta e simbolo dell’ambivalenza e dell’ambiguo, dell’identità non chiara e tormentata, con i suoi dilemmi e le sue nostalgie. È emblematica la lotta dei topi e dei soldatini, se adombra l’agitarsi di timori e paure confuse nell’animo che si affaccia alla consapevolezza dell’età adulta. Bastano i dispetti dei fratelli e dei cuginetti, l’indifferenza degli adulti per fare di Clara un’incompresa, una disadattata. Clara non trova la sua dimensione nella sfera familiare, con le sue rigidità e i suoi obblighi, ma nella sfera del sogno, della libertà, della fantasia, dove finalmente si trasforma in una fata e può ballare con il suo principe un grandioso pas de deux. Il brutto schiaccianoci, bersagliato dalle prese in giro dei ragazzini e degli adulti, che cos’è se non il simbolo dei nostri sogni, delle nostre aspirazioni più profonde, magari frustrate dalla realtà che ci circonda? È ancora più significativo, allora, che nella dimensione del sogno il giocattolo si trasformi nel principe azzurro, colui che permette la fuga in un mondo migliore. Anche in Schiaccianoci, come nei classici ballet blanc, l’azione vive in due mondi paralleli: come in Giselle, c’è una netta divisione tra primo e secondo atto; come nel Lago, nella Bella Addormentata, nel Don Chisciotte, in Bayadère, il sipario delle apparenze si squarcia improvvisamente su un “altro mondo”. La misura drammaturgica di Schiaccianoci è dunque tutt’altro che povera, tutt’altro che debole, tutt’altro che una scusa per inanellare una suite di danze zuccherose e leggere, come è stata a lungo considerata in passato: c’è anche qui, come in soggetti più pretenziosi, una ricchezza di toni e di significati che, assieme al capolavoro musicale di Ciaikovski, ne fa infine un balletto che può regger bene il confronto con altri di trama più complessa. Cajkovskij ha creato pagine mirabili, usando anche strumenti nuovi, come la celesta, anche la suite dal balletto eseguita in concerto ha sempre goduto di una grande popolarità. La varietà dei colori, l’uso abile degli strumenti, la qualità dei ballabili, sono simbolo di quale magistero il maestro russo avesse raggiunto in questa forma di spettacolo teatrale. Al ritmo del valzer si andava ottimisticamente verso il paradiso in terra, un’ illusione che le fiabe confermavano con pervicace intensità, ma che di lì a poco sarebbe stata infranta dal rombo dei cannoni.

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