Lo sbarco di Gelsomina Menna

Scritto da , 8 Settembre 2019
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Tra americani e tedeschi a Montecorvino

Di Gelsomina Menna

Sono nata nel 1930. Ero dunque poco più che una ragazzina al tempo dello sbarco a Salerno, ma ricordo molto bene la trepidazione di quel periodo di paure e incertezze, in cui era necessario accontentarsi di poco e rimanere uniti, per fronteggiare una situazione, sul cui esito sarebbe stato difficile formulare ipotesi. Mi viene ancora in mente il pianto di mia madre accanto alla radio, quando Mussolini dichiarò la guerra quell’infausto dieci giugno e nessuno aveva il coraggio di dare voce ai propri pensieri. Partirono in undici dalla mia famiglia e tre di loro erano miei fratelli. L’arrivo di una lettera, di una qualsiasi notizia era avvertito come una benedizione e si può dire che non trascorresse giorno senza desiderare che quell’incubo fosse finalmente alle nostre spalle. Tornarono tutti, ma ciò che avevano vissuto scavò una profonda amarezza dentro di loro. Mio cugino, che tornò a piedi dalla Germania, si avventò sulla ciotola di un cane, stremato dalle privazioni. Uno dei miei fratelli, in una situazione tipica di un romanzo di appendice, riuscì a sottrarsi ai tedeschi arrampicandosi su un tetto con la complicità di un sacerdote cieco. In periodi tormentati accade davvero di tutto. Durante un bombardamento a Salerno, una sposa, appena giunta nel palazzo, fu presa dal panico a tal punto che mi afferrò mentre stavo per scendere le scale per recarmi al rifugio e mi trascinò nella sua casa, gettandosi in lacrime su di me. Aveva un folle bisogno di avere qualcuno vicino e fu davvero un miracolo se questo gesto non costò la vita a entrambe. Quando gli alleati sbarcarono nella mia città, io mi trovavo a Montecorvino, ospite di una sorella di mia madre sposata con figli. Mi è stato raccontato che le acque del golfo si vedevano a stento: le navi sembravano infinite, minacciose e austere. Il movimento di carri armati tedeschi in ritirata verso Acerno era incessante: il rumore dei cingolati era pauroso e al tempo stesso non volevo rinunciare alla speranza di riabbracciare presto i miei cari. Dall’alto di una collina, un solo soldato tedesco tenne in scacco per giorni gli Americani sotto il fuoco della sua mitragliatrice. Sapevo che i Tedeschi non si fermavano davanti a nulla, ma non cessavo di stupirmi per quella abnegazione che spingeva un soldato in condizioni disperate a tentare il tutto per tutto. Guardando invece l’indolenza e la disinvoltura con cui gli Americani camminavano per strada, nutrivo seri dubbi che sapessero fronteggiare un esercito dalla ferrea disciplina come quello avversario. Sembravano quasi turisti incuriositi. L’apparenza inganna, naturalmente, ma la sensazione che non fossero affidabili come pretendevano d’essere era diffusa. Un giorno i Tedeschi perquisirono casa nostra mentre eravamo a pranzo. Non avevamo neppure il coraggio di voltarci. Le mitragliette erano puntate su noi, i cani lupo (che allora mi sembravano giganteschi) passavano sotto il tavolo e sentirli accanto alle gambe mi faceva rabbrividire. Ero terrorizzata all’idea che rapissero mio fratello Filiberto: ci avevano detto che i ragazzi venivano portati in Germania con ogni mezzo. I soldati ci sottrassero un orologio d’oro a cui mio nonno era molto affezionato. Era un uomo delizioso; amava scrivere e ricevere lettere in versi dagli amici e ci aveva rincuorato mille volte in quei giorni bui. Gli faceva piacere confrontare l’orologio rubato con un altro, certo molto meno prezioso. Gli chiesi: “Nonno, sei molto dispiaciuto per il furto?”. Lui sorrise con un’alzata di spalle: “Tanto non andavano mai d’accordo”.

 

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