L’inguaribile malinconia di Robert Schumann

Scritto da , 13 Gennaio 2016
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Venerdì,  alle ore 19, il Quartetto Savinio e il pianista Costantino Catena saranno ospiti della rassegna Natalis Loci per presentare il lavoro registrato nella Chiesa di San Giorgio per la Camerata di Tokyo

 

Di OLGA CHIEFFI

 La mini rassegna Natalis Loci, promossa dall’ Ept di Salerno, svoltasi nella Chiesa di San Giorgio, inaugurata dall’arpista Floraleda Sacchi e proseguita con l’organista Claudio Brizi, si concluderà, venerdì 15 gennaio, con la presentazione del progetto Schumann del Quartetto Savinio con al pianoforte Costantino Catena. Il programma del concerto, che avrà inizio alle ore 19 nella Chiesa di San Giorgio, prevede un florilegio di pagine tratte da due opere fondamentali di Robert Schumann che il pianista Costantino Catena, i violinisti Aberto Maria Ruta e Rossella Bertucci, il violista Francesco Solombrino e il cellista Lorenzo Ceriani hanno inciso proprio tra il più bel monumento barocco della città dedicando la copertina, invece, all’atrio del nostro duomo. L’etichetta giapponese, Camerata di Tokyo, ha quindi scelto Salerno e il sentire italiano per uno Schumann dai tempi spediti, lettura tesa e spavalda della parte pianistica, suono meravigliosamente pieno e tornito, oasi di grande poesia quando richieste dal testo, pianissimi perlacei, tocco mutevolissimo, fraseggio intenso o sognatore, da parte degli empatici archi. Il Quintetto op. 44 e il Quartetto op. 47 sono certamente esiti fortunati di un’ispirazione senza incertezze in un clima di fiducia incondizionato, pervaso davvero da uno spirito rinnovato. Il grado di maturazione e di certezza al quale Schumann era pervenuto per affrontare questi impegni cameristici è dimostrato dalla strabiliante celerità dei tempi di composizione: l’autunno del 1842. Il Quintetto in mi bemolle maggiore op. 44, l’unico che riunisca il pianoforte e la classica formazione del quartetto per archi, si erge come un lavoro superbamente riuscito, tanto spontaneo e toccante nell’emozione quanto equilibrato e chiaro nella tessitura. Clara, dedicataria e prima interprete dell’opera, lo giudicava a ragione “magnifico, pieno di forza e di freschezza”: giacché in queste pagine Schumann sembra far rivivere tutta intera la vena vivace e la brillantezza delle sue sperimentazioni pianistiche, impreziosite da una scrittura degli archi ora tersa e levigata ora densa e impetuosa. Ecco, quindi, che nel Quintetto op. 44 possiamo riscontrare una densità sinfonica di scrittura, una intonazione alta e complessa sconosciuta anche alla produzione cameristica con pianoforte di Schubert, e proiettata verso quell’idealismo romantico da cui Brahms prenderà direttamente le mosse. Così nell’Allegro brillante iniziale troviamo la consueta contrapposizione fra due temi ben distinti, una idea affermativa in mi bemolle e una più lirica in do minore; ma è soprattutto il rapporto di plastica integrazione fra il pianoforte e gli archi ad imporsi. Segue In modo d’una Marcia, con un sospirante tema di marcia funebre e una melodia più consolatoria, contrapposti a una sezione centrale più agitata. Dopo lo Scherzo – animato da brillantissime scale e da due diversissimi Trii – il finale, Allegro ma non troppo, è un rondò dall’intonazione entusiastica, il cui refrain possiede un che di slavo. L’ultima sorpresa di questo variegatissimo movimento è la riapparizione, con entrate in imitazione, del tema dell’Allegro brillante iniziale, a riaffermare l’unità concettuale della partitura e il debito tutto romantico verso la polifonia bachiana. Il Quartetto op. 47 fu dedicato al conte Matvei Wielhorsky, violoncellista dilettante ma assai capace, a giudicare dalle severe difficoltà assegnate al rigo della chiave di basso del violoncello. In questo senso, questa pagina sembra guardare indietro al Settecento, alla pratica di dedicare musica agli aristocratici, nella speranza di una contropartita in denaro o di un qualificato posto in società, quale poteva spettare a un musicista di rango. Tuttavia, questo lavoro schumanniano s’incarna in modo convinto nella cifra della sua epoca: un lussureggiante e appassionato stile, interamente sgorgato dai più intimi pensieri e sentimenti del compositore. L’incanto tematico ha ragione di ogni perplessità, così nel freschissimo primo tempo, in bilico fra l’appassionato e certa grazia protoromantica che rinvia alla natura incontaminata di Haydn e del primo Beethoven. Lo scherzo con doppio trio tratta in modo affatto originale il moto perpetuo mendelssohniano, incantevole la ricorrenza di una figurazione staccata, la quale ricuce i frammenti dispersi delle danze campestri. L’andante cantabile è specialmente struggente nella sua propensione ai salti di settima. Una figurazione pianistica si leva lieve in controtempo, e tutto il pezzo respira una continua invenzione, che dà alla forma variazione il colore della estemporaneità. Il finale è il tempo più debole. Pervaso da una retorica allegria, il cui incedere è condotto alla vittoria dallo zampillante gioco pianistico.

N.B. Questo stesso articolo pubblicato oggi, 13 gennaio a pag.8 di Le Cronache cartaceo, firmato a nome Gilda Ricci è stato redatto da OLGA CHIEFFI

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