L’incisore austriaco & friends

Scritto da , 18 dicembre 2015

Oggi, alle ore 19, verrà inaugurata la retrospettiva dedicata a Peter Willburger

 Di DAVIDE NAIMOLI

 Questa sera, alle ore 19, nella sale delle conferenze del Museo-FRAC di Baronissi, il sindaco Gianfranco Valiante, l’assessore alla cultura Emanuela Migliore, Massimo Bignardi direttore del Museo FRAC, presenteranno la mostra “Peter Willburger & i suoi amici. Incisori italiani degli anni Novanta”. Promossa dal Fondo Regionale d’Arte Contemporanea, dal Comune di Baronissi con il sostegno della Regione Campania la mostra si propone come una significativa retrospettiva dedicata all’artista austriaco Peter Willburger Insieme ad una selezione delle opere di Willburger, tra queste disegni e dipinti giovanili degli anni Sessanta fino ad oggi inediti, saranno esposte quelle dei suoi amici incisori italiani: di Guido Strazza che, con il corso tenuto nel 1976 presso la Calcografia Nazionale al quale si iscriverà Willburger, traccerà nuove prospettive all’incisione contemporanea italiana, e di quelli che hanno condiviso con lui il clima di rinnovamento della grafica d’arte in Italia, Lorenzo Bruno, Vittorio Manno, Giulia Napoleone, Angelo Rizzelli e Vittorio Avella. Una compagine di artisti di fama internazionale, espressione della grande scuola italiana e, al tempo stesso, interpreti di un difficoltoso rapporto con i retaggi culturali che hanno guardato all’incisione collocandola sempre in secondo piano rispetto alla pittura e alla scultura. La mostra, curata da Massimo Bignardi quale lavoro di ricerca e di catalogazione avviato all’interno dell’attività didattica e di ricerca della cattedra di Storia dell’arte contemporanea del Dipartimento di Scienze storiche e dei Beni culturali dell’Università di Siena, si avvale della collaborazione della Kunstverein Peter Willburger di Hall/Tirol del MAACC (Modern Art Amalfi Coast Centre “Peter Willburger”), degli eredi, degli artisti invitati che hanno messo a disposizione il loro archivio, nonché di istituzioni museali austriache, quali lo Stadtmuseum di Hall/ Tirol che ha concesso il prestito di opere presenti in mostra, e le stamperie d’arte, Il Bisonte di Firenze, Il Laboratorio /Le Edizioni di Nola, la Grafica di via setti dolori di Matera. «La ricerca avviata con i miei studenti, afferma Bignardi, guarda a quanto è accaduto in Italia nel corso degli anni Ottanta e Novanta, decenni nei quali lo sguardo “dell’incisione” affidava il valore del segno, a nuove pratiche e a nuovi materiali”. La vita di Peter Willburger è stata segnata dalle scelte fatte appena ventenne, e l’esperienza artistica che, dalla pittura appresa alla scuola di Max Weiler a Vienna, attraversa in venticinque anni gran parte dell’universo della grafica, sono riconducibili all’idea del viaggio. È per Willburger il desiderio di andare incontro al tempo, accettarlo quale medium, la cui inarrestabile azione modifica, altera, trasforma, consuma, corrode o fa lievitare, riprodurre, moltiplicare, insomma è l’essenza della metamorfosi. Peter sperimenta “volontariamente” la vita: lascia la sua terra natale, il Tirolo, per proseguire il viaggio avviato nella sua fantasia di studente. Il Mediterraneo per Willburger è quello di Ulisse ma anche il Nord Africa, quindi il Marocco, la Tunisia di Klee, inoltre la Spagna di Escher, la Sicilia di Nicolas de Staël, l’Italia Meridionale di Kokoschka. È il Sud quale punto di una geografia dell’immaginario, punto di approdo, divenuto il luogo ove fermarsi, metter su casa, stabilire una relazione duratura con il mistero di una luce zenitale, con i lunghi respiri (sospiri) che scandiscono i giorni, le ombre che, nette, s’insinuano nei corpi, nella materia, nello spazio, affogando nell’oscurità di riti che rendono il mito vivo. L’artista traccia, sulla sua mappa mentale, una linea retta: dal Tirolo alle coste cilentane, dall’Austria mitteleuropea alle terre della mitologia, alla sponda estrema della Grecia classica che Peter guarda come ultimo avamposto, in quegli anni (il viaggio in Sicilia è del 1958) della cultura del primordio, dell’originario, ove il quotidiano è ancora pervaso dal simbolico. L’“altro viaggio”, quello che il suo spirito compie nel corpo dell’arte, non ha punti di approdo: Peter non sceglie, anzi si muove sulle capacità rigenerative e metamorfiche del segno, sulla sua vocazione di definire o annullare lo spazio, di animare in esso la vita.

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