L’inchiesta su Mons Giordano e quella sul cardinale Becciu

Scritto da , 26 Settembre 2020
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Esattamente ventidue anni fa, alla fine dell’estate del 1998, un terremoto giudiziario sconvolgeva il Vaticano, seguito dai telegiornali e dalla stampa di tutto il mondo. Su ordine dell’allora Procuratore Capo di Lagonegro, il salernitano Michelangelo Russo, la Guardia di Finanza penetrava all’interno della Curia Arcivescovile di Napoli, retta dal Cardinale Michele Giordano, per procedere alla perquisizione dei locali e dei documenti della Diocesi, a motivo dell’indagine sullo stesso cardinale per usura e associazione per delinquere in concorso. L’arrivo dei militari a San Gennaro fu ripreso in diretta da tutte le televisioni, per una singolare coincidenza. Proprio il Cardinale a quell’ora stava tenendo una conferenza stampa per rispondere alle domande dei giornalisti sulle indiscrezioni relative al suo coinvolgimento nelle vicende giudiziarie del fratello, arrestato due giorni prima dal Procuratore Russo con l’imputazione di usura e associazione a delinquere. La mediatizzazione della vicenda fin dalle prime notizie suscitò inquietanti interrogativi sul ruolo del Cardinale Giordano circa il suo intervento personale negli affari sospetti del fratello; sui conti correnti di quest’ultimo, che gestiva una finanziaria nel territorio di Lagonegro, il porporato aveva fatto pervenire personalmente la somma di 400 milioni liquidi con assegni firmati in bianco. E in più, sui conti dei nipoti del Cardinale, erano pervenuti 600 milioni di lire dell’epoca distratti direttamente dalle casse della Curia di Napoli dall’Amministratore dell’Arcivescovato Avv. Palumbo e consegnati con assegni ai nipoti, con la dichiarata motivazione di un prestito senza interessi. Soldi confluiti anch’essi nel giro vorticoso di assegni postdatati e cambiali che portò all’incriminazione oltre che del Cardinale e di suo fratello, anche di una ventina di altri imputati. Pochi giorni dopo la perquisizione, mentre si infittivano le indagini, l’Avv. Palumbo morì improvvisamente mentre era in Vaticano. Il Pontefice del 1998 era Carol Wojtyla, e Segretario dello Stato Vaticano Angelo Sodano. Lo scalpore mondiale dell’inchiesta e della perquisizione porta, il giorno successivo, la segreteria di Stato Vaticano a chiedere l’immediato incontro diplomatico del cardinale Sodano con il Capo del Governo Italiano Romano Prodi. Papa Wojtyla ufficialmente tace, ma è chiaro che si è di fronte al primo conflitto diplomatico ufficiale tra Chiesa e Stato Italiano dopo la breccia di Porta Pia del 1870. Se il Vaticano avesse avuto un esercito, probabilmente lo avrebbe schierato alla frontiera con l’Italia. Ma dall’incontro, visto quanto comunque è emerso al momento dall’inchiesta, esce un distensivo comunicato di attesa che legittima l’operato di Michelangelo Russo e rimanda ad una commissione bilaterale tra Italia e Vaticano la redazione di nuove regole concordatarie per un’intesa giudiziaria tra i due Stati per armonizzare le investigazioni parallele tra loro. Nessun provvedimento viene però preso da Wojtyla nei confronti del Cardinale Giordano, che resterà al suo posto, nonostante movimenti di denaro per circa 1 miliardo di lire usciti dalle sue mani e dalle casse della Curia in favore dei parenti. Verrà assolto due anni dopo in primo grado, e definitivamente dalla Corte di Appello di Potenza, sull’opposto parere del Procuratore Generale di quella città che ne aveva chiesta la condanna ad otto mesi di reclusione. L’inchiesta andò avanti, nei primi giorni del 1998, sotto furibondi attacchi politici dell’opposizione guidata da Berlusconi. Ma a Michelangelo Russo giunse la pubblica solidarietà di gran parte dei colleghi e della cultura di ogni estrazione, dal laico Indro Montanelli al Cattolicissimo Franco Zeffirelli. Da quegli eventi, molto è cambiato nella Chiesa. Il ciclone Papa Francesco ha affrontato con coraggio e fede la lotta a peccati antichi della Chiesa che nei secoli l’- hanno afflitta: violenze sessuali e simonia. E se la lotta alla pedofilia ha trovato grandissimo consenso nelle curie del mondo e immediati avalli di ausilio all’azione papale, la simonia, e cioè il commercio del nome di Cristo per accaparrarsi fondi finanziari formalmente raccolti per fini di carità, appare un demone ancora più difficile da eradicare. Perché ha un diretto e mai chiarito collegamento con le reali necessità dell’organizzazione della Chiesa per poter svolgere nel mondo il suo compito evangelico. Per questo ancora di più appare gigantesca la figura di Papa Francesco, capace di applicare subito in via cautelare, e prima di sentenze di là da venire, misure di garanzia di credibilità della Chiesa, tese a favorire l’autosospensione finanche dei cardinali più importanti. La vicenda del Cardinale Becciu di queste ore è la dimostrazione. Il pur grande Carol Wojtyla non fu capace di tanto.

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