L’inchiesta. I nuovi schiavi e le scomode verità

Scritto da , 20 Agosto 2015
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di Carmine Landi

LA TRUFFA PERFETTA

BATTIPAGLIA/EBOLI. È ancora notte quando si vien giù dai giacigli improvvisati.

Pochi secondi per bagnarsi il volto con qualche goccia d’acqua fredda, indossare un’altra volta quegli stracci logorati dal sudore e lasciarsi alle spalle invivibili catapecchie.

E prende il via una nuova giornata, che è scura come la notte. Come la notte dei tempi in cui pare essersi perso questo mondo. Il 2015 avanti Lincoln, perché qui la schiavitù non se n’è mai andata.

È un mondo che pare distante anni luce ma, al contrario, è vicinissimo. Tremendamente vicino.

Le denunce e le sanzioni dello scorso maggio a Battipaglia; gli arresti d’un caporale e un camionista, sempre all’ombra del Castelluccio, poco più d’un mese fa; nella città della mozzarella, la settimana scorsa, altre operazioni ai danni del caporalato: pare d’essere tornati indietro di quarant’anni.

Nuovi “caporali etnici” plenipotenziari, che gestiscono a proprio piacimento le vite dei connazionali e riescono a fare il buono e il cattivo tempo anche in fatto di flussi migratori e di sbarchi.

Perché conviene il caporalato?

La Volkswagen Passat del caporale fermato a Pugliano: al suo interno c'erano otto braccianti marocchini

La Volkswagen Passat del caporale fermato a Pugliano: al suo interno c’erano otto braccianti marocchini

Correva l’anno 2005. La Procura della Repubblica di Salerno, unitamente a quella di Nocera Inferiore, avvalendosi dell’ausilio dei carabinieri, degli ispettori del lavoro e degli uomini dell’Inps, cominciava a far venire alla luce losche trame delinquenziali riguardanti il bracciantato operante nella Piana del Sele e nei Picentini. Imprenditori terrieri che accettavano di essere longa manus delle organizzazioni criminali, le quali, difatti, gestivano una fitta rete di false assunzioni.

Migliaia di braccianti agricoli italiani che, carte alla mano, lavoravano per le aziende agricole per un po’ di tempo. Precisamente, si trattava di 78 giornate, che è il numero di dì necessario alla maturazione dei requisiti per ottenere le indennità di disoccupazione, di maternità e di malattie. Un intricato affaire, che portava le organizzazioni criminali e gli stessi lavoratori a dividersi il bottino al 50%. Una vera e propria truffa dei poveri, dal momento che i secondi arrivavano a intascare tra i 1500 e i 2000 euro annui, che era divenuta prassi comune nell’area meridionale del Salernitano. L’altro 50%, tuttavia, corrispondeva numericamente a fior di milioni di euro che finivano nelle casse della malavita. I titolari dei terreni, invece, riuscivano, in tal modo, a lucrare sulle ingenti fette pecuniarie sottratte alla morsa del fisco sul costo dei lavoratori italiani assunti. Finti lavoratori.

Il fenomeno, purtroppo, non fu del tutto debellato; esso sopravvive con tenacia ancora oggi, e le ultime operazioni condotte dai militari dell’Arma lo dimostrano. S’apriranno gli occhi di chi pensava che, ex abrupto, le terre del Sele fossero divenute le contrade di Nomadelfia. Se, all’alba, anche i ciechi del Sele avessero abbandonato i propri giacigli per fare una passeggiata nelle aree agricole extraurbane, in fila indiana per andare a coltivare i campi non ci avrebbero trovato i finti lavoratori italiani, ma centinaia d’immigrati. La sveglia, tuttavia, suona sempre troppo tardi.

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PAGHE UMILIANTI E CATAPECCHIE: ECCO I SERVI DELLA GLEBA 

BATTIPAGLIA/EBOLI. Un euro al quintale.

È la paga dei nuovi schiavi. Tre quintali di frutta e ortaggi in cambio di tre euro.

Il vergognoso salario a cottimo si misura in cassoni: un cassone può contenere tre quintali di merce. In dodici ore di lavoro, mediamente, si riempiono tra i sette e i dieci cassoni. Tradotto in euro, vuol dire che l’incasso dei braccianti è compreso tra i 21 e i 30 euro giornalieri. Il dieci percento, tuttavia, va nelle tasche del caporale, il quale prende anche un’ulteriore somma per il trasporto. Ogni bracciante, per esser portato nei campi, corrisponde una quota che può variare da un minimo di due a un massimo di cinque euro. Il caporale sorpreso ieri mattina a Pugliano, su otto persone trasportate, guadagnava 64 euro. Di rado, tuttavia, si fa un unico viaggio, per cui sarebbe più corretto parlare di 64 euro a macchina.

Il caporalato è etnico: ognuno dei novelli negrieri, infatti, riempie il proprio mezzo di connazionali. E i più feroci sono i rumeni, che arrivano addirittura a sequestrare i documenti d’identità.

Le condizioni di vita dei braccianti sono indecorose: si risiede, solitamente, in case fatiscenti o in aziende abbandonate disseminate tra la zona dei Picentini e della Piana del Sele. Lo dimostrano le numerose operazioni di sgombero condotte dai carabinieri, che hanno toccato l’ex fabbrica Mellone, a Santa Cecilia, o il mercato ortofrutticolo mai nato, a San Nicola Varco, o i ruderi in località Corno d’Oro: di frequente, aree simili diventano terra di nessuno in cui perpetrare ogni sorta d’illegalità.

Negli ultimi dieci anni, nel Salernitano, ci sono state tre manifestazioni contro il caporalato: 2006, 2011 e 2015. In prima fila quasi sempre la Cgil, rappresentata da Anselmo Botte, responsabile del Dipartimento immigrazione.

In piazza scesero pure le cooperative dei Picentini della Piana del Sele, che, in seguito alle prime maxi-truffe sgominate dalle procure, s’erano viste bloccate le erogazioni delle prebende: memorabili le proteste dinanzi ai cancelli dell’Inps di Salerno.

 

QUANDO GLI SCHIAVI ERAVAMO NOI

2. agricoltori

BATTIPAGLIA/EBOLI. Fino agli anni Duemila, sui fondi agricoli della Piana e dei Picentini, i braccianti parlavano il linguaggio nostrano.

Numerosissime le operazioni contro il caporalato che, tra il 1995 e la fine del millennio, i carabinieri eseguirono a Giffoni Valle Piana, a Montecorvino Pugliano e Rovella, a Battipaglia e a Eboli.

In quei tempi, la moderna servitù della gleba era soprattutto rosa. All’epoca, la paga per le donne braccianti corrispondeva a venticinquemila lire giornaliere. Il 20 percento della somma, corrispondente a 5mila lire, finiva nelle tasche dell’autista del pullman che, a bordo di “sciaraballi” motorizzati, improbabili pullman degli anni Settanta, trasportava anche tra le cinquanta e le sessanta donne al giorno, guadagnando tra le 250mila e le 350mila lire. Un vero e proprio gruzzoletto. E se la passavano ancora meglio i caporali italici. Gli uomini “in mercedes bianca” – all’epoca un must tra i tristi negrieri d’Italia – incassavano tra le 5mila e le 10mila lire da ogni bracciante e altre cinquemila lire per lavoratrice dal proprietario terriero. Un affare di dimensioni macroscopiche, nel quale, spesso, subentravano anche malavitosi o persone molto vicine a questi ultimi. L’autorità dei clan serviva ai caporali a impedire ai proprietari terrieri di assumere persone che non erano alle dipendenze degli schiavisti.

Il bracciantato italiano, tuttavia, pare intenzionato a voler tornare ai fasti antichi anche nel 2015.

 

 

 

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