Lina Sastri è la lupa

Scritto da , 6 febbraio 2016

 

Weekend al teatro delle Arti con la ferinità della protagonista della celebre novella di Giovanni Verga, riletta da Gugliemo Ferro

Di OLGA CHIEFFI

 È con La lupa, dramma di libertà e passioni scritto da Giovanni Verga, che riprenderà questa sera alle ore 21, la stagione di prosa del Teatro delle Arti di Salerno. Il ruolo del titolo è stato affidato a Lina Sastri, una “Gnà Pina” naturale per lei, intensa, mediterranea, diretta da Guglielmo Ferro (figlio del celebre Turi), che le ha messo accanto Clelia Piscitello, Enzo Gambino, Eleonora Tiberia, Simone Vaio, Giorgio Musumeci, Valeria Panepinto, Giulia Fiume, e Giuseppe Zeno, che sarà il suo Nanni, il genero-amante. Scene e costumi sono di Françoise Raybaud, le musiche di Massimiliano Pace mentre Franco Battiato ne firma gli arrangiamenti. La lupa vive artisticamente e simbolicamente sullo sfondo di un paesaggio che è arso dal sole così come l’animo della donna è bruciato dal desiderio. La Lupa una donna rude e sensuale, è presa dalla passione per Nanni, più giovane di lei, e pur di stargli vicino gli dà in sposa la figlia Maricchia.  Nanni, dopo reiterati rifiuti, cede alle sue lusinghe diaboliche. Da qui si origina un abietto rapporto di cui il giovane vorrebbe liberarsi, perché consumato dai sensi di colpa nei confronti della moglie. Purtroppo, tutti i tentativi di Nanni sono destinati a fallire poiché la lupa esercita su di lui una perversa e soggiogante seduzione che gli obnubila la mente. In questo stato d’impotenza e frustrazione egli d’impulso si libera della donna uccidendola.  “La Lupa” di Verga si apre con la presentazione della protagonista, abbozzata con poche pennellate di colori, contrastanti tra loro: il pallore del viso, il nero delle chiome e il rosso delle labbra. Questi aspetti fisiognomici rimandano allo stato di malattia, inteso come alterazione dello stato psicologico del soggetto, dal momento che esso evoca emozioni quali l’ansia, la paura e, al limite, lo stupore catastrofico; al buio, alla voragine, all’oscurità – peccato, intesa nella tradizione cattolico – cristiana anche come assenza di luce-salvezza, sino al fuoco, che col suo calore può bruciare, distruggere e portare sofferenza. Da qui l’aspettativa di una donna dai comportamenti destabilizzanti per sé e per gli altri.  In questa chiave di lettura s’inscrive anche l’aggettivazione (alta, magra, pallida, fresche, rosse), tesa a rendere tanto l’aspetto fisico della protagonista, sicuramente conturbante, quanto quello psicologico di una donna passionale che, provando interesse fisico per gli uomini, è nel contempo soggetto attivo e passivo delle sue violente pulsioni, le stesse che successivamente si connotano come bestiali ( cagnaccia, lupa, famelica, spolpava, vorace, insaziabile).La carica sensuale della donna-femmina è percepita dalla collettività come stregonesca, anzi, satanica (Padre Angiolino di Santa Maria di Gesù, un vero servo di Dio, aveva persa l’anima per lei) e, quindi, come attività distruttrice che coinvolge non solo degli innocenti (la buona e brava Maricchia), ma la stessa protagonista. Di fronte a tale pericolo, la collettività non sa esperire altre soluzioni se non il ricorrere alle pratiche religiose per esorcizzare il Maleficio. In tal modo, si palesa il contesto socio – culturale di una Sicilia arcaica e primitiva, cui fa da complemento una natura antropomorfa: scarna, solitaria e arsa come la protagonista. La Lupa che sacrifica la figlia costituisce il punto di non ritorno. Si spazza via l’archetipo della madre buona. Per trovare un personaggio che le somigli occorre ritornare, per quello che riguarda la passionalità violenta, al  tragico infanticidio di Medea e al temperamento rancoroso di Clitennestra nei confronti di Agamennone, suo marito. Tale situazione di affrancamento si delinea anche per Maricchia, che troverà la forza di emanciparsi dalla sudditanza psicologica della madre andandola a denunciare dal brigadiere. Dopo il matrimonio di Maricchia con Nanni, la Lupa ” … era quasi malata…. Non andava più di qua e di là” in tali comportamenti di rifiuto dell’esterno si potrebbero cogliere i sintomi di un profondo abbattimento psicologico, che però sono controbilanciati dall’energia che la stessa manifestava quando si trattava di andare a lavorare nei campi con gli uomini. In quella situazione la Lupa recupera le forze perché sostenuta da forti motivazioni intrinseche, quali quella d’essere fisicamente vicina all’oggetto del suo desiderio: Nanni. In questa fisicità pressante, presente e tentatrice si consuma la capitolazione di Nanni e il conseguente incesto, consumato in un ambiente naturale arido e sofferente (stoppie riarse, sassi infuocati), ove non c’è alcuna speranza di redenzione ( … il cielo si aggravava sull’orizzonte.). Dopo lunga macerazione interiore, Nanni prende coscienza di essere totalmente subordinato ai voleri della donna e incapace di resistere ai suoi richiami di seduzione, pertanto, quando la vede venire, in un lampo di drammatica e folle lucidità, pallido in viso, prende la scure per tagliare ogni legame con la sua disperazione.   Il dramma si compie ed il cerchio si chiude.

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