Limatola: «Per Salerno rinunciai alle Olimpiadi»

Scritto da , 2 febbraio 2014

di Corradino Pellecchia Conosco Enzo Limatola da quando ragazzino frequentava l’Azione Cattolica di San Matteo. Ne ha prese di “scamette” dai catechisti e da don Giovanni per la sua vivacità e per il suo carattere ribelle. Ma già da allora si dimostrava un buon incassatore. Una sequenza di alcune sue fotografie, mentre con altri ragazzi gioca a scava scavarrella, lo ritrae nel libro “Aglo”, da me scritto con Peppino Gatto e Franco Siano. Limatola, 51 anni ben portati, una vita sul ring prima da atleta poi da allenatore, ha scritto alcune tra le più belle pagine della boxe salernitana: pluricampione italiano dei pesi piuma, premiato con tre stelle di bronzo dal Coni e con l’Oscar del pugilato come atleta dell’anno dall’allora assessore Nino Savastano, anche lui praticante della “Noble Art” negli anni Settanta. “Mi ha iniziato al pugilato mio zio Vincenzo D’Elia, una vecchia gloria del pugilato salernitano degli anni ‘70, meglio conosciuto come “capa ‘e fierro”, che per scelta si è cimentato nella categoria dilettanti fino a quarant’anni e non è mai voluto passare tra i professionisti – racconta Enzo, sfogliando con me l’album dei ricordi – Avevo dieci anni; non mi piaceva la scuola e il pomeriggio, invece di studiare, andavo in palestra. Sentivo parlare della gesta degli altri e mi sono appassionato subito a questo sport. Giorgio Pappalardo vide il mio entusiasmo, il mio carattere, la mia carica agonistica, come affrontavo le difficoltà senza lamentarmi e mi prese sotto la sua protezione. In seguito, prese ad allenarmi il maestro Mario Santucci e subito incominciarono ad arrivare i primi risultati”. La carriera di Limatola inizia con i Giochi della gioventù regionali e nazionali, dove bisognava esibirsi in esercizi con la corda, al sacco e nelle tecniche pugilistiche. “Nel 1976 – ricorda con orgoglio – abbiamo vinto il Campionato italiano a squadre a Lignano Sabbiadoro. Nello stesso anno, a sedici anni, ho disputato il mio primo incontro. Nel 1978 ho vinto il Campionato nazionale novizi e nel ’79 ho superato le selezioni europee. Nel 1981 ho conquistato il titolo italiano dilettanti ed ho partecipato a vari tornei internazionali: in Francia mi hanno premiato con la medaglia d’oro e sono stato votato come di miglior pugile. Nel 1983 ai campionati europei di Varna, in Bulgaria sul Mar Nero, ho perso in semifinale con il campione europeo uscente, ma a Parma mi sono aggiudicato il titolo italiano dei pesi piuma”. Gli chiedo di raccontarmi quella volta che abbandonò il ritiro perdendo così la grande occasione di partecipare alle Olimpiadi. “Di colpi di testa ne ho fatti tanti: ‘a capa non l’ho mai fatta patire. Don Matteo Santucci mi accompagnava ai ritiri con la macchina ed io, dopo l’allenamento, prendevo il treno e me ne tornavo a casa. Più volte fu costretto a restare, per evitare le mie fughe. Don Matteo è stato come un padre per me; con lui avevo un rapporto di rispetto e complicità; spesso, quando dovevo combattere, andavo a mangiare e a dormire a casa sua. Una volta, quando ero in ritiro a Bogliasco, me ne andai sul lungomare, mi sedetti sugli scogli e immaginavo di stare a Salerno. Salerno è ‘a freva mia, la mia malattia, la mia fidanzata. Se me ne allontano per un po’, anche se sto in un posto bellissimo, mi prende una grande nostalgia. Per questo motivo, me ne andai anche dalle Fiamme Oro, il gruppo sportivo della Polizia, che mi garantiva uno stipendio e mi dava la possibilità di allenarmi a tempo pieno e nel 1984 venni squalificato dalla Federazione, perché non volli partecipare alle Olimpiadi di Los Angeles. Sei mesi dopo sono passato al professionismo”. Limatola ha disputato 36 incontri da professionista vincendone 27 (12 per ko), perdendone sei e pareggiandone tre. Un avvio folgorante con ben tredici vittorie di fila, prima di essere sconfitto per kot alla prima ripresa dall’inglese Paul Huggings a Vallo della Lucania. Ma, in verità, quell’incontro non era stato programmato; il pugile salernitano fu costretto a combattere per ragioni televisive contro un avversario che era al di sopra del peso limite di ben dieci chili. Campione italiano dei pesi piuma, ha difeso con successo il titolo per undici volte. Sono stati compagni di viaggio nella sua avventura professionistica il maestro Mario Santucci, che l’ha seguito fin dagli inizi, lo zio Vincenzo D’Elia e il procuratore Bruno Arcari. “Il mio primo incontro da professionista l’ho disputato a Salerno il 6 giugno 1984 contro Fabrizio Saraullo. Divenni campione italiano nel 1986 battendo Carlo Quintano ai punti. Dovete credermi, vincere nella propria città davanti ai propri tifosi e ai propri cari è un qualcosa di veramente impagabile. Ho difeso il titolo ancora contro Quintano nel 1987 sempre a Salerno e nel1988 a San Cataldo; nel 1989 ho sostenuto tre difese: contro Raffaele Grasso a Salerno, Quintano ad Acciaroli ed Antonio De Santis a Montecalvo Irpino; nel ‘90 a Gonnosnò in Sardegna contro Prisco Visconte e poi a Villacidro contro Salvatore Bottiglieri (pari), nel ’91 ad Agropoli contro Prisco Visconte, a Sarno contro Gianni Di Napoli e a San Mango d’Aquino contro Antonio De Santis. Poi lasciai il titolo vacante per dedicarmi alla sfida europea”. Per tre volte sfidante al titolo europeo, Limatola è giunto ad un passo dalla grande impresa. La ciliegina che gli è mancata per suggellare una carriera esemplare. “Ho combattuto la prima volta nell’87 contro Valerio Nati a Silvi in Abruzzo. L’arbitro mi ha squalificato per aver portato un colpo dopo il suono del gong. Ma giuro che il colpo era regolare. Lo si può vedere anche dalla ripresa televisiva. Nel 1988 a Salerno incontrai il belga Jean-Marc Renard, un gran picchiatore, ma non c’è stata storia: persi per kot alla terza ripresa. Mi sentivo svuotato, senza energie. Forse sentii troppo la pressione, la grande aspettativa che c’era su di me. Purtroppo, certe volte s’ingrippava la testa; non riuscivo a pensare positivo, mi mancava la giusta concentrazione; ho combattuto con delle infiltrazioni nella mano ed ho vinto, altre volte ho perso inspiegabilmente. Nel ‘91invece a Nimes contro il francese Fabrice Benichou mi ero preparato alla grande, ma persi per kot alla decima ripresa. Quella sera avrei potuto vincere, se nella testa non mi fosse scattata l’idea che il match non stava andando come l’avevo programmato. Al termine dell’incontro l’arbitro, meravigliato per l’abbandono, mi confidò che ero nettamente in vantaggio. Di recente ho letto che Benichou, che è stato anche campione mondiale dei supergallo IBF, è stato internato in un ospedale psichiatrico a Parigi, dopo aver tentato più volte il suicidio. Quel match mi avrebbe potuto cambiare la vita, invece fu l’inizio della fine. Nel ’92 ho di nuovo combattuto per il titolo italiano, ma ho perso per kot alla dodicesima ripresa contro Gianni Di Napoli, soprannominato “Little Tyson”, un pugile di grande temperamento. L’ultimo incontro nel ’93 contro Athos Menegola, perso ai punti. Alla fine mi sono ritirato, perché non avevo più voglia di soffrire”. Dopo aver lasciato l’attività sportiva, Limatola ha conseguito il diploma di bagnino, lavorando alla Piscina comunale, alla “Giovanni Vitale” e alla “Nicodemo”; per diversi anni ha fatto il collaboratore scolastico, infine nel 1991 è stato assunto al Comune come giardiniere, settore verde pubblico. Nel pomeriggio invece fa l’istruttore alla Pugilistica salernitana. Gli chiedo se gli manca lo sport agonistico. “E’ difficile stare lontani dal ring. Mi mancano i riti dello spogliatoio, il boato che ti accoglieva quando salivi sul ring, le grida della gente che urlava a gran voce il tuo nome. L’ultima volta che ho indossato i guantoni è stato nel 2010, in occasione del Primo Memorial dedicato al giornalista sportivo Alfonso Carella, al quale hanno partecipato pugili provenienti dalla Calabria, Puglia, Campania e Abruzzo. Li ho incrociati con Daniela Eletto, una promettente pugile femminile. Le donne si vedono sempre di più in palestra; sono più determinate e si applicano con più serietà dei maschi. Salgono sul ring, non per uscire da una condizione sociale precaria, ma per una sfida personale o per avere maggiori possibilità di difesa. E, poi, finiamola col luogo comune che le donne che praticano il pugilato siano mascoline, brutte e sgraziate. Il ring è la mia casa, la mia famiglia, qui ritrovo gli amici di sempre. Tempo fa ho organizzato una festa a sorpresa per i novant’anni di Santucci, artefice di una scuola salernitana, che ha espresso tanti campioni: dal massimo Alfonso Santucci, che Steve Klaus, allenatore della nazionale, voleva portare in America per farlo combattere con Cassius Clay, a Ciro Cipriani, che ha fatto i guanti con Nino Benvenuti, a Davide De Gregorio, medaglia di bronzo agli europei, a Michele Pisapia, campione europeo della Polizia, a Luigi Gaudiano, primo pugile salernitano a partecipare ad un’olimpiade (Seul 1988), ad Antimo Venturino, medaglia di bronzo juniores agli europei, Michele Damato, Di Lauro e Ciro Seta. E’ stata una bella rimpatriata con molti dei suoi allievi, il presidente Gaetano Pellegrino, i maestri Vincenzo Casella e Rosario Senatore e tanti altri”. Gli faccio notare che per la boxe è un momento di crisi. Sopravvive in Campania solo Marcianise, grazie a Clemente Russo e agli olimpionici. “E’ vero questo sport sta vivendo un triste declino; una volta i pugili erano più famosi dei calciatori. Le cause? Gli scandali, le numerose sigle, la mancanza di campioni che attirino le televisioni, il benessere. Il pugilato era uno sport di emarginati, di gente del popolo che praticava questa disciplina per necessità; i giovani d’oggi sono tanti “pipì”, vogliono fare la bella vita. Non sanno cosa vuol dire soffrire, lottare, combattere per avere qualcosa, per raggiungere una meta e finiscono per arrendersi al primo ostacolo. Io avevo orgoglio, carattere, fierezza; volevo dimostrare ch’ero un guerriero, un vero uomo. Anche noi della Pugilistica salernitana andiamo avanti tra mille difficoltà; a parte la mancanza di “vocazioni”, possiamo disporre della palestra del Vestuti solo dalle 16 alle 19, dovendo dividere la struttura con altri sport emergenti come il Kick boxing e le Arti marziali. E’ un peccato, perché la Pugilistica salernitana è una società di grandi tradizioni, una delle più antiche della città e fino agli anni Novanta fra le migliori in campo nazionale; è mortificante che campioni cresciuti sportivamente con noi, come Samuele Esposito e Marzia Davide, siano stati costretti ad emigrare. Fa bene il presidente Pellegrino con il suo staff a battersi per ottenere una sede più idonea. Ma si sa la politica ha tempi lunghi”. Non sarà perché la boxe è uno sport violento? “Nella boxe non c’è l’ipocrisia della vita. Almeno sai chi è il nemico, che panni veste, sai di giocare alla pari, che ci sono delle regole e nessuno ti fotterà a tradimento. Contrariamente a quanto si pensa, il pugilato è il contrario della violenza, poiché ti insegna a essere uomo e a convivere pacificamente con gli altri. Ci si dà un sacco di botte, hai dolori per tutto il corpo, ma alla fine ci si abbraccia senza rancori”. Limatola ha mostrato nella vita lo stesso coraggio e determinazione che aveva sul ring: le ha prese e le ha date, ma si è sempre rialzato prima del “dieci”. Adesso vive libero – poteva starsene comodamente in ufficio, ma ha scelto di lavorare all’aria aperta – a contatto con la natura. Se qualcuno dovesse per caso imbattersi in una persona dai modi cortesi e gentili che con amore e passione cura fiori e piante nella villa comunale, stenterebbe a riconoscere che quella sia Vincenzo Limatola, l’intrepido combattente di tante battaglie.

Consiglia