Le variazioni di Antonio Grimaldi

Scritto da , 16 aprile 2016

Questa sera, alle ore 21, in scena al teatro Del Giullare “Il primo giorno di primavera”

Di GEMMA CRISCUOLI

Innamorarsi follemente di uno scrittore geniale che sembra amare davvero soltanto il proprio anticonformismo? Un suicidio, direbbe la logica. Un’occasione unica, a ben vedere, per capire cosa si nasconda davvero dietro l’egoismo e gli ideali. In programma stasera alle 21 e domani alle 18.30 presso il Piccolo Teatro del Giullare, “Il primo giorno di primavera”, diretto da Antonio Grimaldi, si ispira liberamente a “Variazioni enigmatiche” di Éric-Emmanuel Schmitt ed è un’appassionata indagine di quel rebus che sono spesso le relazioni. Erik (Antonino Masilotti, che costruisce il suo personaggio con assoluta dedizione) si finge giornalista per intervistare su di un’isola Abel (Marco Villani, affascinante in un cinismo che è in realtà odio per ogni forma di ipocrisia) che nel suo ultimo fortunatissimo romanzo, “L’amore inconfessato”, allude segretamente alla donna amata per tutta la vita, Helen, moglie di Erik. A lei ha imposto un legame esclusivamente epistolare: dato che fondersi davvero nello stesso corpo e nella stessa anima è impossibile, lo scrittore ha creduto che questa scelta risparmiasse al loro rapporto l’usura del tempo. I due uomini dovranno fare i conti con la parte più profonda di se stessi per poi scoprire il peso della fragilità. Le scene di Cristina Milito Pagliara sono giocate su di un’essenzialità evocativa. La tenda dietro la quale le ombre dei personaggi assumono qualcosa di magico sottolinea il fascino della finzione, la capacità dell’arte di celare e mostrare quel che vuole. I palloncini attorno al trono di Abel e il suo dedicarsi alle bolle di sapone alludono alla leggerezza con cui guarda alle trappole che gli uomini si costruiscono con le proprie mani, prima tra tutte la quotidianità. Nonostante la perdita sia sempre il beffardo prezzo da pagare per ottenere ciò che si vuole, l’amore, il fantasma che attraversa i corpi, trova sempre la strada per risorgere dalle proprie ceneri. E se l’assurdo sembra dominare ogni cosa, una misteriosa felicità può abitare lì dove il raziocinio si riduce a vuota parola. L’anagramma chiamato vita è in fondo questo: inseguire ciò che sfugge e poi regalarsi nuove possibilità. Abel ed Erik apriranno l’uno gli occhi dell’altro sulla necessità delle illusioni, i dolci inganni che danno senso a ogni respiro.

 

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