Le mani sulla città: da padre in figlio

Scritto da , 27 Dicembre 2019
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Era il 1995, Scafati dopo due anni di commissariamento straordinario aveva un nuovo sindaco, Nicola Pesce, socialista e già veterano del consiglio comunale prima dello scioglimento per infiltrazioni mafiose. Il medico, noto cardiologo scafatese, non era soltanto il primo sindaco della nuova “era” post scioglimento, non era il primo sindaco eletto con la nuova legge elettorale, che introduceva il voto diretto del primo cittadino da parte degli elettori, Pesce fu anche il primo sindaco non democristiano dopo quarant’anni interrotti di predominio della Dc, che a Scafati ha sfornato anche illustri politici diventati deputati o senatori. Fin dall’avvento della Repubblica, Scafati aveva eletto sempre esponenti di estrazioni popolare cattolica, ben diciassette, da Vincenzo Scarlato, eletto nel 1952 a Domenico Pagano, sindaco che sarà coinvolto nello scioglimento del consiglio comunale del 1993. Dopodiché due anni difficili, che sono restati nella memoria storica degli scafatesi, e che, purtroppo, rischiano seriamente di ripetersi anche oggi. Nel 1993 come oggi, a risuonare è un cognome: Loreto. Ieri come oggi sono le dichiarazioni del vecchio boss Pasquale Loreto a scoperchiare un sistema in cui arrivano a collimare politica e camorra. Dallo scioglimento del 1993, dopo vent’anni di processi, non si è avuto un solo colpevole: Tutti assolti e/o prescritti. Oggi a inguaiare l’amministrazione comunale è anche il figlio del vecchio boss: Alfonso. Padre e figlio sono entrambi protagonisti sia del primo che dell’ultimo periodo buio della città. . Il 1993 fu però solo l’epilogo di un lungo periodo di speculazione edilizia, perché è questa che comportò la fine forzata della consiliatura. Una speculazione figlia del Piano di Fabbricazione (poi Piano Regolatore, oggi Puc) approvato, curiosamente, all’unanimità alla fine degli anni 70. Indici di fabbricazione molto alti, che permisero alla città di cambiare radicalmente volto. “Infatti, dei circa 30 mila abitanti dell’anno 1985, si arriva oggi ad una presenza di circa 60 mila cittadini fra residenti e domiciliati” si legge nella relazione della commissione d’accesso guidata dal dottor Felice De Prisco, e in cui era componente anche Vincenzo Amen dola, già vice prefetto. A differenziare le due commissioni è la durata dell’insediamento, dal 12 gennaio al 12 febbraio 1993 allora, dal 22 marzo al 22 settembre 2016 oggi. I motivi scatenanti dello scioglimento nel 1993 invece furono principalmente due: il servizio di refezione scolastica di dubbia gestione e le irregolarità rilevate nel settore dell’edilizia pubblica, con la falsificazione dei protocolli. Questo portò all’arresto del sindaco e di alcuni assessori. Un lunghissimo processo che alla fine non ha prodotto colpevoli. Resta però lo “scempio” urbanistico che oggi genera i disagi più importanti che attanagliano la città: allagamenti, crisi delle aree verde, scomparsa del comparto agricolo, traffico veicolare, assenza di importanti infrastrutture.

IL PARTICOLARE / Quando il sindaco Pesce disse no ai soldi di Loreto 

Nicola Pesce con grande dignità disse no alla proposta del boss Era il 1995, a un anno circa dalla sua elezione l’allora sindaco Nicola Pesce ricevette una lettera. A scriverla Pasquale Loreto, il boss che aveva fatto il bello e cattivo tempo a Scafati negli anni 80, fino allo scioglimento del consiglio comunale del 1993. Loreto, sulla strada del pentimento, probabilmente scrisse la missiva per “sensibilizzare” i magistrati sulla sua “buona fede” a collaborare. Nonostante il pentimento, con il figlio Alfonso oggi il Loreto è ancora protagonista della scena criminale scafatese. “Mi rivolgo a Lei, dandole atto che è una persona onesta e tale è sempre stata – l’encomio di Pasquale Loreto – Lei è stato tra i pochi personaggi pubblici di Scafati, che si è sempre schierato contro la criminalità. Nessuno meglio di me, purtroppo è a conoscenza di come in passato gli amministratori del nostro paese sono stati perlomeno “accomodanti” con l’organizzazione camorristica di cui ne facevo parte. Proprio per la sua opposizione e il suo agonismo ad ogni tipo di collusione con la camorra e per la sua onestà, ho deciso di esprimere attraverso Lei una mia decisione. So che queste mie possono sembrare solo parole, ma io oggi acquisendo una nuova consapevolezza, sono davvero straziato dal male che ho compiuto. Oggi provo profondo rimorso nei confronti delle persone cui ho arrecato danni, soprattutto per le persone che ho ucciso, e contribuito ad uccidere. Sono perseguitato dal pensiero dei familiari che per colpa mia sono stati privati di qualche loro caro. Mi rendo conto, che non esistono atti né parole che possono porre riparo a tanto male, e provo profonda vergogna per le tante cose brutte che ho compiuto”. Poi le scuse alla città, e la prodola, posta “indecente” quale atto della sua redenzione. “Attraverso Lei vorrei chiedere perdono a tutti i familiari che a causa mia, direttamente o indirettamente hanno sofferto un lutto. La lettera fu consegnata da Pesce alla Prefettura, mentre la somma messa a disposizione da Pasquale Loreto non fu accettata, per volontà sia del sindaco che della sua stessa maggioranza

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