Le lungaggini di Lucia Calamaro

Scritto da , 16 Febbraio 2020
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Trionfo di Silvio Orlando al Teatro Verdi di Salerno, protagonista di “Si nota all’imbrunire”, in cui  profonde le sue migliori qualità interpretative 

Di GEMMA CRISCUOLI

I consanguinei, gli affetti, la condivisione? Provate voi a convivere con l’ingombrante presenza di figli, che da adulti diventano suoceri, pretendendo dinamismo ed energia e scoprirete che solo da seduti si può capire la follia del mondo. Calorosamente accolto dal pubblico del Teatro Verdi, “Si nota all’imbrunire”, scritto e diretto da Lucia Calamaro, è una pièce in cui Silvio Orlando profonde le sue migliori qualità interpretative: il disincanto ironico, la fragilità che coglie immancabilmente il lato grottesco delle cose, l’estraneità a un contesto sottolineata da gesti minimi. Silvio è un uomo per cui parole e incontri sono divenute vicoli ciechi: la sua solitudine è spirituale e fisica, alzarsi dalla sedia gli costa una dolorosa fatica e non si tratta del capriccio di un vedovo in là negli anni. La sua stasi è una forma di resistenza e di presa d’atto del vacuo e nevrotico fluire di pensieri e rapporti irretiti da una nevrosi pervasiva: la sostanziale incapacità di comprendere e comprendersi. La frequente rottura della finzione scenica, chiamando a più riprese in causa la platea, allude appunto al carattere artificiale di ogni forma di comunicazione. Non ci si relaziona se non per riflettere nell’altro le proprie aspettative e velleità: le ambizioni poetiche della figlia Alice (Alice Redini), la severità autoimposta e pretesa dalla figlia Maria Laura (Maria Laura Rondanini), l’esortazione al contatto umano del figlio Vincenzo (Vincenzo Nemolato), nonché la delirante smania di imporsi nel dialogo, propria del fratello di Silvio (Roberto Nobile). L’azione si svolge non a caso alla vigilia della messa in onore di una moglie, che il  protagonista ricorderà per i suoi piedi, un dettaglio legato a una vicinanza autentica, che i corpi hanno ormai dimenticato. Oltre i battibecchi non di rado divertenti, in cui le parole di Silvio sono ripetute dagli astanti come se lui non le avesse mai dette, è la morte della relazione a essere commemorata e non è prevista alcuna resurrezione in un mondo che, secondo il padre di famiglia, non esiste, proprio perché non esistono coscienze alla ricerca le une delle altre, ma chimeriche pretese  di esistere. È dunque naturale la scelta registica di rivelare alla fine che i personaggi attorno al padre sono solo frutto della sua immaginazione. Non resta che cantare in una chiesa vuota una vecchia canzone, ricordo di un tempo che si è creduto felice. 

 

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