Le interviste impossibili: Peppino Tedesco

Scritto da , 3 agosto 2013
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di Tommaso D’Angelo

“Urla, discussioni,polemiche: siamo lassù o davanti al bar sport del Vestuti? Il dubbio è lecito perché il dibattito è animato, avvolto nel fumo del sigaro di Gigi Amaturo che fa scomparire le limpide nuvole. Dopo oltre mezzo secolo si litiga ancora per il vianema, il modulo che inaugurò il calcio moderno, appena uscito dalla terribile guerra. Il gruppetto è animato: c’è Totonno Valese, per molti l’ideatore del modulo in un mitico torneo di Santa Teresa che poi Gipo Viani mise in pratica nel calcio professionistico, arretrando in mediana Piccinini, papà del collega di Mediaset. Dopo Amaturo riconosco tra gli altri don Alfonso Carella, nella sua consueta eleganza il barone Franco de Ippolitis, c’è Onorato Volzone, più defilato Bruno Carmando che parlotta e assiste quasi divertito alla scena, con papà Angelo. Il vocione inconfondibile è quello di don Peppino Tedesco, storico e amato presidente della Salernitana.
“Direttò, è na’ guerra, non riesco a metterli d’accordo su nulla– mi dice l’avvocato- il tempo per la Salernitana non passa mai”.
Don Peppino si stacca dal gruppo, c’è sempre qualcuno con lui, probabilmente qualche ex granata di quella squadra che sfiorò la promozione.
Vedo, anzi sento molto Salernitana, si parla poco di politica e poco di avvocatura.
“Devo dire che è così, gli argomenti non mancano e nemmeno i personaggi. Si parla ancora e tanto della vecchia Salernitana che di quella attuale”.
Il Presidente Lotito non sarà contento…
“Lotito sbaglia perché non sa parlare al cuore dei salernitani, li tratta come poveri fessi. E non è così. I salernitani sono innanzitutto passionali, danno tutto quello che hanno. Rispettano ma vogliono essere rispettati. Questo è il principio di base per costruire un rapporto di fiducia e di reciproca stima. Quando presi la Salernitana qualche tuo collega (Amaturo n.d.r) subito rimarcò il fatto che non ero di Salerno. Poi ritengo di aver conquistato la stima dei tifosi, ma del resto i presidenti salernitani sono stati pochi e non certamente i vincenti”.
Anni difficili i suoi ma potrei dire quasi epici…
“Stupendi nonostante le difficoltà economiche. Erano altri tempi, è vero, ma c’era l’amore vero per la Salernitana. Stava nascendo mio figlio Michele e pensavo alla squadra, alla partita. Erano anni in cui imperversava la genialità di Ciccio Florimonte, un dirigente che non si perdeva mai d’animo. Avrebbe potuto scrivere un libro per quella che è stata la sua esperienza societaria e merita un posto d’onore nella storia della Salernitana. Vi ricordo una delle tante battute, quando era dirigente della Salernitana con un altro presidente, che non cito per carità di patria: “Quando vidi il presidente firmare le cambiali con la mano sinistra raccontava Ciccio- capii che era già iniziata la causa per il disconoscimento della firma”. O quando pagò con una cambiale, al tabaccaio sotto al Comune, le cambiali per acquistare un giocatore. Un genio”.
Ama ricordare Florimonte che in quegli anni tranne l’omicidio furono perpetrati tutti i reati del codice penale.
“Un’ altra battuta delle sue, ma a quei tempi c’era grande coesione con le istituzioni. Quante volte il questore Mariconda, con la Salernitana che aveva difficoltà ad iscriversi, chiamava Ugo Cestani, presidente della serie C, e lo invitava ad aiutarlo perchè la piazza era piena di tifosi bellicosi e c’erano problemi di ordine pubblico. Naturalmente la piazza era vuota. Poi direttò – continua don Peppino- permettetemi di ringraziare Aniello Aliberti che ha voluto regalare alla famiglia Tedesco il Trofeo Berretti. Un gesto d’amore: quella sera a Giffoni, avete visto i tifosi e i miei ragazzi con quale e quanta passione hanno rivissuto quei momenti? Potrei fare tanti esempi, piccoli gesti che hanno un grande significato. Del resto siete buon testimone insieme al vostro collega Franco Esposito con quella bella trasmissione del lunedì sera. Non so se fa auditel ma vi posso assicurare che da quassù avete un grandissimo ascolto”.
Caro avvocato, ma la politica?
“Avevo chiuso e ho chiuso (è stato consigliere provinciale Msi per 4 consiliature n.d.r.), anche qui è cambiato tutto. Il Msi ha avuto grandi esponenti, mi piace ricordare Renato Palumbo, Giacomo Mele, naturalmente Nino Colucci. Grande storia, grande tradizione: la fiamma non si spegnerà mai servono facce nuove e, come nel calcio, animate da grande passione. Per i missini sono stati anni terribili ma la fede non è mai venuta meno. Ditemi un nome di politico che ha nel Dna questi requisiti. Politica? Direttò, ma fatemi il piacere…”.
Da questa sua classica espressione devo presumere che il nostro tempo è scaduto…
“Come vedete qui è una guerra, facessi l’avvocato a tempo pieno…”
Ma una battuta su qualche processo storico, ne avete fatti tanti caro don Peppino
“Il delitto del sassofonista nella discoteca Manila, ad esempio. La storia della maledizione…”
Cioè?
“La discoteca era un elegante ed esclusivo locale notturno di Torrione dove tutti i protagonisti del fatto di cronaca sono morti in circostanze drammatiche. In partcolare Osvaldo Citro, il titolare accusato dell’assassinio, lavorava con le brasiliane e ne aveva licenziato due. Si dice che una di loro era sacerdotessa vu-du e che gli fece un rito di vendetta contro. Come dicevo questa maledizione aleggiava durante il processo e la paura non risparmiava neanche la pubblica accusa. Posso dire un’ultima cosa?”
Certo avvocato, ci mancherebbe.
“Dite a mio figlio Michele, che giustamente si è trasferito nella mia stanza dello studio, di non rovinarmi la sedia cui tenevo molto. E’ ingrassato e speriamo che la conservi bene”.
Tutto qui?
“Beh, direttore, da Lei mi aspetto il solito titolo”.
Ci provo don Peppino. Grazie

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