Le impressioni romantiche di Valeria Iacovino

Scritto da , 29 settembre 2016
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Omaggio al rècital pianistico oggi alle ore 20, nel secondo appuntamento della V edizione di Erasmus on Stage nella Chiesa di Santa Apollonia

Di OLGA CHIEFFI

 

Giro di boa, questa sera, per la V edizione di Erasmus on Stage della rassegna musicale diretta da Margherita Coraggio e ideata da Anna Bellagamba, promossa dal Conservatorio di Musica Giuseppe Martucci, in collaborazione con la Bottega San Lazzaro di Chiara Natella. Alle ore 20, riflettori accesi sul gran coda nero che sarà dominato dalla giovane allieva di Giuseppe Squitieri, Valeria Iacovino, tornata in città dopo l’esperienza a Detmold. La serata principierà con un portrait di Fryderyk Chopin che comprenderà il primo notturno dell’opera 55, in Fa, composto nel 1844, che inizia con una vera e propria marcia funebre e termina con una linea ornamentale di ascendenza flautistica, che pare simboleggiare la vita celeste, seguito dalla Fantasia in Fa minore op.49. Quest’ultima pagina datata 1841 è un ripensamento personale e radicale della forma del primo movimento di sonata dall’architettura fra le più complesse e geniali che siano uscite dal grande polacco. Un solenne ritmo marziale caratterizza la sezione introduttiva, che sfocia in un motivo nobilmente cantabile e di ampio respiro, il cui incedere solenne assume un tono di ideale epopea. Un ondeggiare di fluttuanti arabeschi dissolve il ritmo dal piglio guerriero, che riaffiorerà a conclusione dello sviluppo di un tema ardente e appassionato. Dopo una temporanea calma nella lotta fra armonie e tonalità diverse, l’atteggiamento marziale si trasforma in un canto corale e di raccoglimento religioso, per chiudere con una intensità di epica risonanza. La prima parte della serata sarà chiusa dal secondo dei Grandes Etudes de Paganini di Franz Liszt. Composti nel 1838 e dedicati a Clara Schumann, il secondo è costruito sul Capriccio n°17 del funambolico violinista: rapidissime volatine fungono da apertura e coda e incorniciano una veloce sequenza di ottave. La seconda parte della serata verrà inaugurata dalla Sonata in La minore op.143 di Franz Schubert. Schubert compose sonate per pianoforte per tutta la vita, ma il suo catalogo è quanto mai eterogeneo: sonate complete e pubblicate, sonate complete e non pubblicate, sonate incompiute, schizzi di sonate. La Sonata pubblicata con il numero d’opera 143 dopo la morte di Schubert appartiene al gruppo di raccordo e fu composta nel 1823. Tre soli movimenti, un tono espressivo inquieto e angosciante, una scrittura scabra. La scrittura del primo movimento è nettamente orchestrale, senza ornamentazioni e senza i riempimenti che danno continuità al suono del pianoforte, percussivo per sua natura e perciò impossibilitato ad accedere alla espressione del calore umano di altri strumenti e della voce. Ancora orchestrale, ma pianisticamente meno grezzo il secondo movimento, con un tema di corale alternato con un minaccioso tema di accordi ribattuti. Schubert indica in alcuni momenti l’impiego del pedale “moderatore”, esistente sui pianoforti di inizio Ottocento e assente sui pianoforti di oggi, che smorzava e incupiva il suono. Oggi solo una trascendentale arte del tocco consente di ottenere un effetto non proprio identico ma per lo meno analogo a quello immaginato da Schubert. Il finale è costruito su due temi, un moto perpetuo e una cullante melodia. Nelle ultime battute il pianista di oggi viene messo a durissima prova – e potrei dire alla disperazione – a causa di un passo in ottave praticamente ineseguibile sui moderni pianoforti. Finale affidato al Maurice Ravel di Alborada del graçioso, il quarto quadro di Miroirs. L’opera colpisce soprattutto per una straordinaria capacità di inventare la Spagna, mescolando fantasia e realismo. Le sonorità pizzicate dell’apertura sono un rimando assolutamente esplicito al suono della chitarra andalusa; le terzine ribattute alludono senza troppe reticenze a un vocabolo tipico della tradizione nata al di sotto dei Pirenei; e anche l’episodio in tempo lento materializza il mondo magico della notte spagnola, tra echi di serenate e languidi pensieri d’amore: un ritratto del folclore spagnolo che si fa ora scheletrico, ora nerboruto, ora leggero come un soffio di vento; proprio come una visione che scorre al confine tra il sogno e la realtà.

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