“Le confessioni di un italiano”: l’epopea risorgimentale dimenticata, che rende onore alle virtù del nostro popolo

Scritto da , 18 febbraio 2014

L’esistenza di Ippolito Nievo dura appena trent’anni, che sono quelli nel corso dei quali si realizza il sorgere della nazione italiana. Egli li vive intensamente, aderendo con convinzione agli ideali mazziniani e alla spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi, redige romanzi e pamphlet di carattere politico e scompare, di rientro dalla Sicilia, a séguito del misterioso inabissamento del piroscafo Ercole. Il romanzo dal titolo Le confessioni d’un italiano rappresenta la sua opera maggiore: quando lo elabora è appena trentenne, malgrado deliberi di interpretare il ruolo di un ottantenne. Mediante questo scritto, che avrebbe in sé tutte le componenti tipiche del romanzo storico (un castello, un conflitto bellico, gli intricati accadimenti legati alla nascita di una nazione, un protagonista votato ad una vita avventurosa, una tormentata storia d’amore, ma che, in realtà, mostra i segni, ravvisabili in ciascuno dei suddetti elementi, dell’incertezza e dell’inquietudine), Nievo attraversa l’Italia da un capo all’altro della penisola, dando alla luce un romanzo visceralmente europeo, ricco, anelante alla libertà ed improntato all’umorismo. Per quanto accomunati dal risorgere del sentimento nazionale e dall’affermazione dell’identità dei popoli dimoranti nel territorio italiano, I Promessi sposi e Le confessioni d’un italiano appaiono diversamente «risorgimentali», poiché il primo è un romanzo che narra vicende ambientate nel Seicento, dominate dagli imperscrutabili disegni della provvidenza divina, e che declina un’italianità connessa con la questione della lingua e dunque da intendere come manifestazione del trionfo di una lingua non dello stile poetico, né di quello proprio della retorica, pertanto non di registro aulico, della quale gli Italiani potessero usufruire per poter discorrere del tempo trascorso, nonché del presente; il secondo, invece, elude il problema della lingua, giacché in Nievo appare già superato, essendo uno scrittore intento a ricercare una forma letteraria che potesse meglio rappresentare il suo mondo interiore. Ciò che differenzia ulteriormente i due romanzi è la trama. Il Manzoni descrive una storia che si svolge interamente in terra lombarda, sebbene I Promessi sposi abbiano un afflato nazionale, universale. I personaggi sono parte integrante dell’intimo orizzonte culturale dell’autore e recuperano il loro equilibrio interiore soltanto nell’epilogo dell’opera, allorquando, cioè, hanno modo di far ritorno, dopo innumerevoli vicissitudini, nel piccola, genuina dimensione domestica, dalla quale erano stati brutalmente allontanati, poiché attirati nel gorgo di una immane tempesta da inquadrare, coerentemente con la concezione religiosa dello scrittore, come tragica circostanza per mezzo della quale Dio ha inteso mettere alla prova il carattere e la fede dei protagonisti. Il Nievo in Le confessioni d’un italiano fa ugualmente riferimento ad una patria, che, anziché la Lombardia, è il Friuli, dove l’autore ha vissuto una parte considerevole della sua adolescenza, ad un castello, che si identifica con quello di Fratta, capitale di un presidio feudale facente capo alla Repubblica di Venezia, che gli aveva consentito di beneficiare, per lungo tempo, di una serie di privilegi oramai destituiti d’ogni importanza, ad un signore, ossia il conte di Fratta, che appare descritto nel romanzo come l’esatto opposto del Don Rodrigo manzoniano, e circondato da bravi denominati “buli”, che hanno più confidenza con gli utensili da cucina che con le armi, e ad una coppia di sposi promessi, cioè Carlino Altoviti, nipote povero del feudatario, e la Pisana, una fanciulla tutta capricci e infedeltà, che, in determinati momenti, evoca più il personaggio della monaca di Monza, che quello docile, paziente ed indifeso di Lucia. La figura di Carlino ha la caratteristica di percorrere l’itinerario dei più importanti accadimenti a lui contemporanei, essendo testimone e, allo stesso tempo, parte attiva nelle grandi partite della storia che contraddistinguono il periodo di gestazione dell’unità d’Italia: il protagonista del romanzo assiste al tramonto della Repubblica di Venezia, di cui, per alcuni giorni, assume la carica di «doge»; una volta capitolata la Serenissima, si dà alla fuga, approdando prima a Milano, poi a Firenze e, in séguito, a Roma, città nella quale chiede di arruolarsi nella Legione napoletana di Ettore Carafa con l’intento di perorare la causa della Repubblica Partenopea, per difendere la quale è reso prigioniero dei Sanfedisti; si trova a Genova nel corso dell’assedio del 1800; combatte per conto di Guglielmo Pepe in Abruzzo. La capricciosa Pisana è l’oggetto di un suo indomabile amore, ma, nonostante tutto, Carlino è costretto, da quest’ultima, a sposare un’altra donna, la dolce Aquilina. In séguito è privato della vista e abbandona l’Italia per trascorrere un lungo esilio a Londra, durante il quale recupera la vista medesima. Uno dei due figli raggiunge la Grecia, dove si unisce a Byron, mentre l’altro muore in America. Come si può comprendere, gli avvenimenti, che caratterizzano l’iter esistenziale di Carlino, coincidono con le tappe salienti del Risorgimento, di conseguenza Le confessioni d’un italiano si configurano quale romanzo di avventura, ma anche di formazione, se si considera il lungo cammino che separa il Carlino dell’Ancien Régime dalla sua nuova identità nazionale, avveratasi grazie all’unificazione politica dei territori della Penisola.

Giuseppe Vitolo

Consiglia