L’anima contaminata di Brunella Caputo

Scritto da , 10 Maggio 2021
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Sabato sera la regista e scrittrice è stata ospite del contenitore virtuale “Palcoscenico Le Cronache”

 Di Olga Chieffi

Amore, odio, sensualità, tristezza, gioia, dolore, innocenza, peccato, memoria, oblìo, il segno letterario e teatrale di Brunella Caputo è un viaggio verso un mondo infinito e contaminato di passioni, che sabato  sera ci ha avvolto completamente, nel minimo lasso di tempo trascorso insieme, nel contenitore virtuale di questo quotidiano “Palcoscenico Le Cronache”. L’artista si è raccontata a tutto tondo ai nostri lettori, i quali sono anche il suo abituale pubblico, che la segue in tutte le sue performances, che spaziano dal palcoscenico, in veste di attrice e regista, a quella di scrittrice di racconti e testi teatrali, nonché di direttrice artistica di rassegne, che da tempo la vedono divulgatrice d’arte e bellezza. Brunella Caputo ha ringraziato i suoi maestri, coloro i quali hanno creduto in lei e l’hanno convinta a seguire quella strada che lei già intimamente percorreva, dal suo docente di lettere Beniamino Tartaglia, che è il suo “padre” letterario, a Sandro Nisivoccia, che l’ha accolta, insieme a Regina Senatore, nel suo teatro, il San Genesio, prima da spettatrice poi da attrice (lì lo spazio tra platea e palcoscenico era davvero minimo e accedere alla ribalta era facile), giovanissima, ballerina nell’operetta “Al cavallino bianco”, per poi interpretare Diana, l’amante di Domenico Soriano in Filumena Marturano. “Ero una liceale e praticavo ginnastica ritmica a livello agonistico, allieva della famosa Monica Benedikova – ha raccontato Brunella – occorrevano elementi per il balletto del Cavallino Bianco e mi ritrovai in palcoscenico, poi il ruolo di Diana, e da quelle tavole non sono più scesa”. “Riguardo la scrittura è – ha continuato la Caputo – avvenuta la stessa cosa. Ho sempre scritto in versi, racconti, ma per me. Mi sono cimentata anche nella scrittura drammaturgica e lì ho avuto un altro grande maestro, Francesco Silvestri, che mi ha dato la spinta e la convinzione che avrei potuto fare”. E’ noto che Brunella Caputo vive un po’ in Italia, un po’ in Brasile con suo marito, ed è parte, quindi, di tutti i Sud di un Mondo, contaminato, da sonorità e tradizioni appartenenti ad altre culture,  teatralizzato, visualizzato, sublimato, nella sua nudità crudele ed esibita, nelle sue metamorfosi enigmatiche e perturbanti, partecipe del sogno e dell’ espera, vissuta nella visione di una distesa di lavanda a Cunha, nel Brasile interno, e del suo amore per il teatro di Beckett, nato dall’immagine di Mario Scaccia in “Aspettando Godot”. Quell’enorme pausa, un silenzio “pieno”, si è trasformata nel volume “Attesa- frammenti di pensiero” pubblicata da Homo Scrivens e in Espera, uno spettacolo di parola e danza, una produzione dell’Associazione Campania Danza, con la direzione artistica Antonella Iannone, le coreografie di Annarita Pasculli, e il disegno Luci e tecnica di Virna Prescenzo. Ancora, Brunella Caputo è la docente madre lingua in Brasile di italiano, ove ha creato diversi incroci sonori tra la nostra lingua e il portoghese, in una riflessione sulle diverse musicalità prodotte, è la regina del noir, al fianco di Maurizio De Giovanni, con diversi progetti, tra cui lo spettacolo “Tre volte per amore”, con la stessa Brunella Caputo, in scena, affiancata da Teresa Di Florio e Antonella Valitutti, protagoniste di tre casi di cronaca nera, tre monologhi che indagano la metamorfosi delle passioni fino alle sue derive più estreme, nel vortice della loro vita e che mostrano il loro cuore oscuro, il lato buio dell’anima. Ancora in libreria e, immaginiamo a breve in palcoscenico, con “Dell’acqua e dell’amore”, due elementi assoluti e simbolici della vita, che si confrontano e si compongono sulla pagina diafana. Non per ultima, la Brunella direttrice artistica de’ “La Notte dei Barbuti”, prima ospite delle antiche pietre di Santa Apollonia, e oggi, ancora per quest’estate dell’arena all’aperto di Chiara Natella. Finale dedicato ad Erri De Luca e al suo “In nome della madre”, il dogma della notte di Natale, il parto della vergine, che diventa carne e sangue, donna impaurita ma forte, tanto da sfidare leggi e villaggio senza mai abbassare la testa. Una donna che difende suo figlio, solo suo, da tutti e che per quel figlio non teme nemmeno la morte per lapidazione, come la legge comandava, a cui Brunella ha donato un realismo di livello superiore al reale, al punto da diventare dimostrazione di ciò che è il personaggio, in un realistico che si fa epico, in un sentimento che si esibisce.

 

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