L’afrore dell’ipocrisia borghese

Scritto da , 22 febbraio 2015

 

Impressiona sempre il testo di Tennessee Williams “La gatta sul tetto che scotta” in scena al Verdi stasera per l’ultima replica

 

Di OLGA CHIEFFI

Il Sud caldo, torbido, torpido eppure vitale, il paterfamilias che vorrebbe comprarsi l’amore dei sottomessi (in primis i familiari) a colpi di generosità prepotente e sgarbata, la donna matura e vogliosa, la donna giovane desiderosa pure lei, il figlio minore che non combina nulla di serio, però è più amato del figlio maggiore ossequiente e noioso, le liti reali per la roba, sapientemente lubrificate da compleanni ed anniversari. Su tutto ciò, delle tentate soluzioni in fondo moralistiche e generiche, quindi non credibili, vanno a comporre lil reticolato fitto de’  “La gatta sul tetto che scotta” di Tennessee Williams, che il palcoscenico del teatro Verdi ospiterà questa sera alle 18,30 per l’ultima replica. La pièce ha una sua eccezionale forza in particolare di scrittura, racchiusa nella trattazione di temi scandalosi se consideriamo gli anni in cui fu presentata, il 1954: il denaro, il potere, il sesso, la morte, l’omosessualità. In tutto c’è un vitalismo sospetto, paradossalmente di tipo mortuario, perché in quel vitalismo c’è più paura della morte che amore per la vita. Abbiamo rivisto il capolavoro per la regia di Arturo Cirillo, in gioco anche con un’altra opera di Williams, “Lo zoo di vetro”, affidato alla compagnia degli Ipocriti, con protagonisti Vittoria Puccini e Vinicio Marchioni, nei panni di Maggie “la gatta” e Brick, coppia ancora giovane e inesperta per un testo di tale forza. “Un diluvio di  parole per un deserto di idee”: è questa la frase che segna l’intero lavoro. La Puccini, sin dalla prima battuta è apparsa poco convincente specialmente nelle scene di seduzione: la voce non è teatrale, è afona forse, ancora succube dell’imprinting dei toni dell’ Oriana, senza spessore, disarmonica, nonostante costantemente spinta, la recitazione è risultata monocorde e querula nelle lamentele femminili, neanche evocando la passione pur vissuta la voce si addolcisce,  eppure il testo è pienamente ispirante, basta entrarvi ed amare la parola. Non fa meglio Vinicio Marchioni, il quale resta impostato dall’inizio alla fine dietro una voce forte e chiara, ingessato come quella gamba rotta che Brick è costretto a trascinarsi dietro. È ubriaco, ma non troppo, mai a tal punto da lasciarsi andare ad una recitazione più sentita e sofferta. Toni rigidi e frenati che salgono d’improvviso con l’entrata in scena dei bravi Paolo Musio e Franca Penone, che fanno decisamente lievitare il livello della recitazione. La rappresentazione teatrale di Williams deve l’a comunicazione dell’odore “asfissiante e velenoso” dell’ ipocrisia che regola una società figlia del boom economico e dei suoi tabù; è l’illustrazione di pareti color pastello e di una camera da letto in cui vigono invece la contraddizione e le tonalità assordanti di chi ha perso con la professione qualsiasi vocazione. L’individuo abita una pericolosa isola di bon ton e silenzi imposti, in cui la gatta appare come una forza sovversiva, frutto della spontaneità e non delle convenzioni sociali. La donna non esiste solo per procreare, ma per addolcire di calore umano quella gabbia d’acciaio in cui il maschilismo assoluto ha messo a punto. La sensualità, l’istinto, l’ascolto, la sincerità sono valori che tendono ad eccedere quel muro di razionalità al di là del quale gli uomini non si riconoscono più in una vita che vogliono vivere. La scena conclusiva dello spettacolo mantiene le distanze tra marito e moglie, in un pentagramma di silenzi in cui solamente sembra potersi reiterare lo schema del patriarcato che la donna gatta Maggie, in ascolto con la sua parte istintuale, sembra invece capace di smontare. Applausi finali per l’intera compagnia.

 

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