L’addio a Mario Carotenuto

Scritto da , 25 ottobre 2017

Nel pomeriggio di ieri la scomparsa del novantacinquenne pittore di Tramonti. Oggi dalle 15 la camera ardente nel Tempio di Pomona per l’ omaggio della Città, domani alle ore 11,30 i solenni funerali in duomo

 

Di Olga Chieffi

 

Di Mario Carotenuto si è scritto e detto tutto, in ogni casa di Salerno, viene conservato gelosamente un suo olio, un acquarello, uno schizzo, un disegno. Da ieri pomeriggio la massa piange “il pittore di Salerno”, nel pomeriggio l’omaggio a partire dalle 15, sino alle 22 al tempio di Pomona, domani, alle 11,30 le esequie solenni in cattedrale. “L’arte è già fuori all’avanguardia, in perfetto orario all’avvenire”. In questo giudizio di Bruno Barilli sulle avanguardie musicali italiane del primo dopoguerra potrebbero essere racchiusa la riflessione sul segno di Mario Carotenuto condannato dall’immaginario comune, ad essere un superato, vecchio, condannato alla provincia, a rappresentare unicamente la propria città, stessi pensieri in cui troppo spesso, purtroppo, viene racchiusa, costretta e umiliata l’opera di Gatto. Mario Carotenuto, da Tramonti, classe 1922, già nel 1945 diede inizio alla sua attività di disegnatore e pittore, partecipando nel 1948, alla Prima Annuale d’Arte tenutasi a Cava dei Tirreni e nel 1950 alla Mostra Nazionale organizzata a Nocera Inferiore. La sua prima mostra personale fu nel 1953 all’emeroteca dell’Ente Provinciale per il Turismo di Salerno, presentata al catalogo da Aldo Falivena, mentre nel 1956, in piena adesione alla pittura realista, espose alla Galleria La Cassapanca di Roma. Successivamente ampliò l’orizzonte della sua ricerca nei viaggi a Parigi, Madrid, Monaco, mentre diventavano sempre più continui gli incontri con Filiberto Menna, Alfonso Gatto, Aldo Falivena, Domenico Rea, Paolo Ricci, Eduardo Sanguineti, Vasco Pratolini e Raphael Alberti. Poi, dagli inizi degli anni Sessanta, e fino al 1965, diresse la Galleria “L’Incontro” di Salerno. In questo decennio la sua pittura si aprì a nuove esperienze, introducendo il collage, l’oggetto recuperato dal tessuto sociale, e guardando alle esperienze new-dada. Diverse opere di questo periodo vennero esposte nella personale organizzata alla Galleria “La Borgognona” di Roma nel 1965 presentate da Marcello Venturoli. Sul finire degli anni Sessanta la sua ricerca artistica recuperò l’impianto figurale, introducendo dei temi e degli spunti onirici, soggetti lasciati alla corrosione dei sogni, alle alterazioni delle atmosfere. Nel decennio Ottanta la pittura divenne confessione effusiva, sogno, relazione con il tempo e le immagini. Nacquero così le opere quali «Il sogno di Giorgione», del 1981, il ciclo dedicato a Raffaello e poi le riletture da Velàzquez. Sempre la Galleria Il Catalogo organizzò nel 2002, per festeggiare i settant’anni dell’artista, la mostra “Festa di compleanno. Mario Carotenuto, il mare”, introdotta al catalogo da Enrico Crispolti. Nel 2005 la personale, promossa ed organizzata dal Comune di Salerno, dedicata ai dipinti che l’artista realizzò nel suo soggiorno tunisino, e la mostra “Notturno” allestita al Frac-Baronissi. Ad ottobre del 2010 a Salerno inaugurò una mostra dal titolo “Venti opere per il Presidente”, che venne allestita in occasione della visita del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Poi di anno in anno le varie mostre celebrative in suo onore, sino agli ultimi autoritratti. Ma qual’è la sintassi pittorica di Carotenuto, se non quella che procede dall’attesa dell’inatteso, quella della forma aperta da dare al reale, quella che nasce dalla disponibilità assoluta alla cosa, quella che emerge dalla sospensione e dallo stupore che si genera al suo apparire e al suo accadere? E’ una sintassi che vuol cogliere, nelle cose e attraverso le cose, quello sguardo misterioso che esse sembrano lanciare, nell’atto di darsi all’occhio dell’artista: è il volere afferrare quell’esatto momento nel quale l’oggetto lancia una sorta di sguardo dionisiaco, con cui crea e costituisce lo spazio dei significati, consentendo la cattura del senso, nella sua realtà. Questa è la specifica mimesis dell’artista: mimesis, dove realtà e memoria coincidono, perché l’evento reale è caricato di memoria, e dove la realtà si piega all’immagine, diventando spazio semantico popolato di immagini e ricordi, quasi assumendo la specifica forma compositiva del ciclo, del trapassare e del traboccare del quadro, in quello successivo, diventando “racconto”, oggi universale.

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