La tradizione italiana da Rossini a Puccini

Scritto da , 5 giugno 2015

La tradizione italiana da Rossini a Puccini

Questa sera, VI appuntamento con il Festival Santa Apollonia. In scena fiati e voci del Conservatorio Statale di Musica “G.Martucci”

 

Di OLGA CHIEFFI

Oggi, alle ore 19, sesto appuntamento con il Festival di Musica da Camera Sant’Apollonia, giunto alla sua seconda edizione. Un evento, questo, nato dalla sinergia del conservatorio di Musica “G.Martucci” di Salerno, con un progetto del Dipartimento di Musica d’Insieme, presieduto da Francesca Taviani, da un’idea di Anna Bellagamba e la Bottega San Lazzaro del professore Giuseppe Natella che ospita la rassegna nella cornice della Chiesa di Santa Apollonia. Concerto italiano è il tema della serata che saluterà in apertura un quartetto di Agostino Belloli, affidato ai clarinetti di Olma Landri e Andrea Benisatto, al corno di Stefano Cardiello e al fagotto di Francesco Quaranta. Una piccola chicca, questo quartetto di fiati composto dal cornista Agostino Belloli particolarmente ricco di finezze e di suggestioni timbriche, ricstruito e revisionato da Olma Landri e Antonio Fraioli. Ascolteremo, quindi, la sonata a quattro n°1 di Gioacchino Rossini, un autentico gioiello musicale, considerato tra le maggiori produzioni del repertorio cameristico: Rossini, universalmente noto per le belle melodie, i ritmi travolgenti, i crescendo inarrestabili per il teatro lirico, fu un musicista che scrisse un gran numero di opere sacre, vocali strumentali. Con pochi altri compositori (Mozart, ad esempio) ebbe in comune la precocità del genio: ecco che le Sei sonate a quattro per archi furono composte nel 1804 all’età di dodici anni. Se si deve credere alla tradizione, esse furono scritte in soli tre giorni. Circostanza poco probabile; rimane comunque il fatto che questi brano è il risultato di uno stupefacente momento creativo, non solo per l’ineccepibile livello tecnico, ma soprattutto per la forte individualità che emerge: nonostante tutte le convenzioni dell’epoca, sentiamo già il vero Rossini, sia nella ricca inventiva melodica che nello spirito che permea l’opera nel suo complesso. Elementi che verranno esaltati dei quattro strumentisti (Raffaele Palazzo al flauto, Olma Landri al clarinetto, Stefano Cardiello al corno e Francesco Quaranta al fagotto) i quali faranno avvertire come Rossini, sotto la brillante superficie della sua musica, abbia sempre inserito un modo di leggere il mondo e la realtà acuto, ironico e amaro, che fa di lui un artista vicino alla nostra sensibilità contemporanea. Ed ecco lo spirito rossiniano della sinfonia, nell’Ouverture della Semiramide, una delle pagine sinfoniche più riuscite e più complesse di Rossini. In solo 12 minuti circa di musica il genio pesarese  passa dalle atmosfere cupe e ieratiche della prima parte il cui tema verrà poi ripreso nella scena del giuramento nel I atto, ai momenti più lieti e distesi che invece occupano la seconda parte con il solito ma sempre brillante crescendo (ripreso nella chiusa del duetto tra Semiramide e Arsace nel I atto “Alle più care immagini”). In questa imponente pagina, eseguita da Raffele Palazzo al flauto, Olma Landri e Andrea Benisatto al clarinetto, con Francesco Quaranta al fagotto che segna l’addio alle scene italiane di Rossini, emerge la sua grandezza strumentale, una grandezza che ha da sempre affascinato il pubbliche con le sue magie armoniche e melodiche. Intermezzo pucciniano con cinque liriche interpretate dal tenore Achille Del Giudice con Enrico Vigorito al pianoforte, dalla ammiccante e spiegata melodia,  ritorno a Rossini con i tre cori religiosi, La Fede, La Speranza e La Carità, che vedranno in palcoscenico il coro a tre voci femminile diretto da Maria Cristina Galasso con Ernesto Pulignano al pianoforte e in veste di solista Monica Aliberti. Una partitura costruita su linee melodiche essenziali, prive di ogni sfoggio virtuosistico; una composizione corale molto intima, che esprime una religiosità immediata attraverso una musica nobile e semplice.

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