La stordente attualità di Fabrizio De Andrè

Scritto da , 6 Ottobre 2019
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Successo di critica e pubblico al teatro Verdi per Neri Marcorè e lo Gnuquartet. Passaggio su “Il pescatore”, canzone che Matteo Salvini ha in più occasioni presentato come una delle sue preferite. “Gliela dedico- ha sottolineato Marcorè- anche se non l’ha capita”.

Di GEMMA CRISCUOLI

Cantare De Andrè non è un’impresa per chi è solo a caccia di riflettori. Richiede polso, una sensibilità non addomesticata, una continua messa in gioco di sé. È ciò che Neri Marcorè è riuscito a offrire al pubblico del Teatro Verdi in “Come una specie di sorriso”, il concerto tenuto con lo Gnuquartet. Sul palco si sono esibiti Stefano Cabrera (violoncello, arrangiamenti e orchestrazione), Roberto Izzo al violino, Raffaele Rebaudengo alla viola, Francesca Rapetti al flauto, Simone Talone alle percussioni, Domenico Mariorenzi alla chitarra, Flavia Barbacetto e Angelica Dettori (voci). “Riflettere sulle tematiche a cui Fabrizio ha dato forma poetica, come la libertà, l’amore per gli ultimi, il rifiuto delle convenzioni borghesi – ha detto l’attore marchigiano -è utile in questo tempo così difficile da interpretare. Ci si potrebbe chiedere quale sarebbe in merito la sua opinione, ma in realtà le sue canzoni ci hanno già dato una risposta”. Marcorè ha maturato un convincente dominio delle sue qualità vocali nella profondità del tono come in un registro più arioso, senza cedere alla tentazione di imitare il compianto cantautore e di proporre, in un’ottica sterilmente reverenziale, le sue composizioni. La serata è iniziata con “Fiume Sand Creek”, il racconto, in cupi toni fiabeschi, del massacro degli Indiani a opera delle giacche azzurre, per poi passare alla dolcezza penetrante di “Se ti tagliassero a pezzetti”, dove il lirismo induce a essere comunque se stessi e non manca un riferimento alle vittime della strage di Bologna. “Rimini”, canzone di vite interrotte e di promesse non mantenute, ha in qualche modo anticipato l’alienazione di “Princesa”, in cui l’equilibrio tra corpo e anima è conquista da scontare. Se il ritmo del dialetto genovese è giunto alle estreme conseguenze espressive in “Creuza de ma” e in “Megu megun”, il fascino della cultura rom, a cui è stato associato il discorso attribuito a Brecht, che inizia con “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari”, è stato rivissuto in “Khorakhanè”, dove il dolore della guerra e dell’esclusione trova nel continuo migrare un parziale esorcismo. L’autore amava tra l’altro ricordare come uno zingaro non avesse mai derubato attraverso una banca, a riprova dei pregiudizi duri a morire. La sublimazione delle ansie legate al rapimento in Sardegna in “Hotel Supramonte”, l’ondeggiare imprevedibile dei sentimenti in “Amore che vieni, amore che vai”, il gioco del tempo e delle illusioni in “Anime salve” e il desiderio dell’inafferrabile in “Le acciughe fanno il pallone” hanno scandito un itinerario emotivo all’insegna della ricerca e dell’empatia. Il diritto di opporsi a una maggioranza avida, che semina morte e solitudine, ha percorso “Smisurata preghiera”, mentre un amore, che è forse solo il sogno di un paranoico ma non per questo cessa di avvincere, si è stagliato sullo sfondo dell’alluvione del 1970 a Genova in “Dolcenera”. Tra riferimenti ironici all’attualità (il suonatore di viola che ama questo strumento, perché ha per i violinisti la stessa avversione di Greta Thumberg nei confronti di chi disprezza la natura; la finzione delle coriste straniere che possono finalmente giungere in Italia) non sono mancati i classici più noti agli spettatori, come “Andrea”, “Il giudice”, “Don Raffaè”. La conclusione non poteva non essere affidata a “Il pescatore”, canzone che Matteo Salvini ha in più occasioni presentato come una delle sue preferite. “Gliela dedico- ha sottolineato Marcorè- anche se non l’ha capita”.

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