La Roma della Dolce Vita

Scritto da , 13 Luglio 2020
image_pdfimage_print

 

Domani sera alle ore 20, secondo appuntamento al Teatro delle Arti con i capolavori di Federico Fellini nell’anno celebrativo del suo centenario

Di OLGA CHIEFFI

“La dolce vita è un trompe l’oeil capolavoro: sembra vero è invece è dipinto, sembra vivo e invece è girato” scriveva Mario Soldati. “La dolce vita”, secondo appuntamento del Premio Charlot a Federico Fellini, nell’anno del centenario della nascita, verrà proiettato domani e il 15 alle ore 20, sugli schermi del Teatro delle Arti. Un invito a vedere nel luogo deputato, su grande schermo, uno dei massimi capolavori della cinematografia mondiale, con un cast d’attori che schiera Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Valeria Ciangottini, Yvonne Furneaux, Lex Barker, Gianfranco Mingozzi, Adriano Celentano, Laura Betti, Nadia Gray.Che non si dica che si è applaudito “La grande bellezza” di Sorrentino e che non si è goduto del grande affresco felliniano: le immagini sono costruite alla maniera di un Bosch o di un Breugel, succose, barocche, e sono succose, anche barocche, come nel cinema possono essere stati Stroheim o Sternberg, antiche e fiabesche come una fantasia di certo romanticismo europeo: il caso personale di Marcello, rinunciatario della letteratura, giornalista mondano che preferirà il meglio remunerato mestiere di manager di attori e stelle, è soltanto un pretesto, il tenue filo conduttore che tiene uniti i differenti episodi di quest’opera, in un nuovo e più definito ritratto delle “notti romane”. Il quadro era già stato abbozzato da Fellini in precedenza nel “Bidone”, come un suo abituale collaboratore, Leopoldo Trieste, l’aveva già tentato in “Città di notte. Si passa da un episodio all’altro, da un quadro all’altro, in maniera che potrebbe sembrare disordinata, con “stacco” , senza “dissolvere”, proprio come in una esposizione di fotografie il cui tema sia, appunto, la “dolce vita” romana, questa falsa e vera vita dolce-amara come un aperitivo, che si svolge in locali notturni, dove il maquillage vuol riprodurre lo scenario degradato dei baccanali di Tiberio; in boites dove si balla il cha cha cha, in appartamenti lussuosi dei Parioli; in castelli, spesso in rovina, ma anche sulla autostrada del mare, infilata con le fuori serie a velocità folle, in una incosciente corsa alla morte, e sulla spiaggia deserta di Fregene in un “prato dei miracoli” o in una abitazione popolare ai Cessati Spiriti. E’ nel personaggio di Marcello Rubini alias Mastroianni che si riflette tutto ciò, e il suddetto inerme osserva con sguardo compiaciuto da (in)volontario testimone l’eclissare di una società alla quale lui stesso esiguamente ha contribuito a far divenire tale. Un flusso di immagini che scorrono ininterrottamente sullo schermo e che si commentano da sole per l’implacabile e desolante significato. Gente che ha abbandonato completamente qualsiasi principio morale, in grado solo di idolatrare falsi miti e speculare tristemente su discutibili apparizioni mistiche. Onnipresenti e tediosi, pronti a colpire alle spalle come viscidi serpenti: loro, i paparazzi (neologismo appositamente coniato da Fellini), avvoltoi che non arretrano di fronte a niente, dai servizi gossipari fino alle immani tragedie familiari. Nella figura di Steiner, l’organista amico di Marcello Rubini, che si rispecchia una profonda incomunicabilità dell’individuo con devastanti ripercussioni successive: la società genera mostri, allora come oggi. Sotto la crosta della dolce e bella vita si nascondono fragilità emotive e futilità. Mitica la scena del bagno nella Fontana di Trevi, immortale tanto quanto questo immenso capolavoro. L’occhio di un’orripilante creatura nell’ultima sequenza, ammonisce la società costruita su traballanti fondamenta. Un’utopia di speranza: gli occhi ingenui di un’angelica ragazzina forse potranno restituire al mondo l’innocenza perduta.

Consiglia

Cronaca

Attualità

Spettacolo e Cultura

--sidebar-wrapper-->