La ricostruzione del Tempo

Scritto da , 18 giugno 2014

“Guardare il tempo per ricostruirlo a modo proprio”. Giulia Palombino sintetizza così “Fuliggine”, la sua esposizione visitabile fino all’11 luglio presso il Museo Archeologico Provinciale di Salerno che rappresenta la seconda tappa di “Tempo Imperfetto”, il progetto della Fondazione Menna a cura di Antonello Tolve e Stefania Zuliani. In esso confluiscono, come ricorda il presidente della Fondazione Angelo Trimarco, “arte, critica e procedura curatoriale” in una collaborazione con l’ente museale che Barbara Cussino, Direttore del Settore Musei e Biblioteche della Provincia di Salerno, ha definito “feconda e preziosa”. Ispirandosi all’umorismo di Bruno Munari e al suo rapporto con l’archeologia, inteso come discorso sempre aperto, la Palombino, che è anche illustratrice e animatrice, interpreta con leggerezza la realizzazione delle opere in situ in vista di quella commistione tra passato e presente alla base del tempo sempre ondivago proprio della creazione artistica. Dinanzi alla duplice valenza della polvere, che è origine e consunzione, all’artista interessa una dissoluzione in cui comunque agisca una persistenza fragile della memoria. Nelle due video-animazioni “Fuliggine” e “Il custode dei contorni” si assiste da un lato a una pioggia di punti (il punto è embrione e approdo della forma), dall’altro a immagini che campeggiano sullo sfondo bianco che le inghiotte e da cui risorgono: uccelli, vasi antichi, statue, una cinta muraria, la lenta andatura del custode. Quest’ultima figura colpisce in particolare l’immaginario dell’autrice (“Quando ero guardiasala in un museo di Berlino mi sentivo sospesa tra l’umano e il reperto”, ricorda) per la sua appartenenza a un contesto che diviene un respirare all’unisono con ciò che ridefinisce esperienze e percezioni. Attraverso la carta d’acetato, in cui la corposità si riduce aumentando l’ambiguità del tratto, e dodici disegni a mano al secondo, i video esprimono la dialettica irrisolvibile tra un tempo che non risparmia neppure se stesso e l’urgenza dell’opera di intrecciare racconti sempre nuovi. Un “Senza titolo” realizzato con grafite su carta da lucido e fotogrammi tratti da “Fuliggine” rappresentano tracce emerse da una realtà che si finge lontana in attesa di essere decifrata (una scheda li presenta come reperti, escludendo con ironia che siano riconducibili a un professionista e attribuendoli alle cause più diverse, un deterrente per i nemici o un corredo funerario). Il tempo è un grande inganno, ma solo lì l’arte può (illudersi di) sconfiggere la sua precarietà.

Gemma Criscuoli

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