La profezia di Pier Paolo Pasolini

Scritto da , 15 Febbraio 2019
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Successo di critica e pubblico per lo spettacolo “Come pazzi in mezzo al cielo”, firmato da Antonio Grimaldi, presentato presso il Foyer Cafè

 

Di ARISTIDE FIORE

Buone vibrazioni fra il pubblico accorso, lo scorso venerdì sera, presso il Foyer Cafè di Via Laspro, per assistere alla performance teatrale dal titolo “Come pazzi in mezzo al cielo”, concepita intorno alle parole di Pier Paolo Pasolini, frutto di un laboratorio al quale hanno preso parte due ragazzi richiedenti asilo, Bamusa Conta e Paulin Kouassi Koffi, insieme a Alfonso Tramontano Guerritore, Emilia Verde, Mauro Vernieri, Lucia Gallotta, Raffaella Napoli, Seid Visin, Lucia Sessa, Federica Stellavatecascio, Rossella Cerrone, Anna Criscuoli, Gemma De Cesare, Gianluca De Stefano. Secondo il regista Antonio Grimaldi, “il lavoro indaga il bisogno di integrazione e di accoglienza, inteso come l’atto naturale e umano di riconoscere il ‘diverso’ da me”. Questo riconoscimento progressivo si manifesta in scena attraverso una successione di incontri. Si comincia con un immaginario dialogo tra il poeta e l’Italia, che si ritrovano e si riconoscono nel confronto tra attualità e costume degli anni sessanta e settanta e quelli odierni. Poi è la volta dell’incontro fra popoli immaginato da Pasolini. Un ragazzo africano incede trascinando una bandiera, un tricolore, come se fosse tutto ciò che gli resta di un sogno che tuttavia non vuole abbandonare. Sembra che tenti di riafferrarlo addormentandosi avvolto in quel vessillo, come un eroe morto per difenderlo, come coloro che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere ciò che rappresenta. Nei versi di “Profezia”, recitati a turno intorno a quel corpo, si manifesta l’esodo di genti povere ma portatrici di nuovi fermenti, che si fanno riconoscere come simili negli aspetti più elementari, nel mangiare, nel pensare ai propri figli e vedere in loro il futuro, la continuazione della vita in un altrove più ricco di possibilità. Estranei al punto di far propri gli ambiti in cui sono stati relegati, il sottosuolo, il fondo del mare e il cielo, governati da leggi al di fuori della legge, sono destinati a determinare i cambiamenti e il progresso di cui ogni incontro di civiltà, pacifico o meno, è foriero. Eccoli, quindi, tutti insieme, immigrati e autoctoni, pronti a giocarsi la vita. Tutti “numeri dieci”, unendo le aspirazioni occidentali al successo e al protagonismo e la voglia di riscatto e normalità degli ultimi arrivati. Nascono nuove vite, ma i contrasti non mancano, e qui sono le parole de “Il Vangelo secondo Matteo”, che ci portano ancora più in fondo alla visione pasoliniana proiettata sul presente: prendersi cura del nuovo Cristo venuto dal mare ma anche rinnovarne il tradimento. Riecheggiano gli scritti corsari, il rammarico per una cultura popolare morta per sempre, per un’omologazione più schiacciante di qualunque dittatura. Come ritrovare ciò che è perduto? Forse riscoprendo la propria e l’altrui umanità, ripensando agli affetti più cari e riconoscendosi nei nuovi ultimi, stranieri o autoctoni. Lo spettacolo si chiude invitando il pubblico a contemplare la scena finale e a penetrarvi anche fisicamente, deponendovi un fiore. Si fa ricorso, per questo, a uno di quei tableaux vivants che ricordano il cinema pasoliniano sia per il modo di comporre le inquadrature sia per il ricorso diretto a questa forma di rappresentazione, come ne’ “La ricotta” in “Rogopag”, 1963. Ed è proprio la Deposizione del Pontormo (1526-1528), rappresentata in quel film, che viene riproposta, opportunamente rivisitata, con chiare allusioni al dramma dei tanti Alì dagli occhi azzurri.

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