La Passione al tempo del Covid

Scritto da , 4 Aprile 2021
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di Michelangelo Russo

 

Per il secondo anno consecutivo ci mancheranno le struggenti Via Crucis della tradizione. I flagellanti e gli incappucciati che nei crepuscoli dolorosi del Venerdì Santo, nelle terre del Sud, piangono la morte della carnalità del figlio di Dio, sono il residuo solenne delle sacre rappresentazioni attorno a cui sono salite al cielo le Cattedrali della Cristianità. Sono state, e sono ancora, spettacolo mobile della grandiosità dell’Onnipotente, mentre le cattedrali ne sono la rappresentazione in termini architettonici fissi. Le due rappresentazioni sacre camminano appaiate da sempre. Il Covid ha spezzato, per il momento, questo legame che, con le processioni, porta nella Pasqua il sentore della Primavera, e quindi il messaggio di rinascita del figlio di Dio. Ma, come le sequenze del Papa solitario nel gelo di San Pietro hanno dato al mondo la rappresentazione sacra della mortalità immanente della carne e la spiritualità della speranza (che è la sostanza della fede), altre immagini mediatiche possono dare soprattutto ai giovani, in assenza del folclore evocativo delle rappresentazioni pasquali, il senso della Passione e il collegamento ideale di questi giorni alle declinazioni dei tre tempi in cui si articola la storia dell’uomo: il passato, il presente e il futuro. Nel tempo che viviamo, il passato è il concetto meno recepito e meno speso per l’educazione delle giovani generazioni. Se non ci fossero le ricostruzioni d’ambiente dei film e delle serie televisive, chi ha oggi meno di venti anni non avrebbe la minima percezione di come sia stato il mondo antico.

L’appiattimento nel presente e la cancellazione della lenta e faticosa educazione nei percorsi storici e le tappe della civiltà umana hanno sbiadito nelle giovani generazioni la capacità di distinguere e catalogare le epoche delle cose che ancora ci circondano (e l’Italia per sua fortuna immeritata ne ha tante) del tempo andato. Perciò è essenziale che noi, padri e nonni, non si perda occasione per spingere, con ferma ma decisa insistenza, figli, nipoti e le loro combriccole a cercare quanto di meglio possa costruire la loro capacità di cogliere il senso del tempo. Magari andando a cercare film e documentari dimenticati che ci parlino di Pasqua, quando le Chiese e i cortei della tradizione siano interdetti. Il Vangelo Secondo Matteo ha un impatto immensamente più forte dei pur suggestivi riti pasquali di ogni latitudine. Rivedere su internet il film realizzato nel 1964 da uno dei più grandi poeti italiani del ‘900 equivale a cento lezioni di storia o di arte. Il film capolavoro fu un’icona per quelli della mia generazione. Col ’68 alle porte, la riscoperta Pasoliniana del valore assoluto della titanicità del primitivismo, in religione e in arte, fu una delle mescole con cui si costruì la sensibilità umana della generazione protestataria e anticonformista che in quel decennio cambiò il mondo per sempre. Cari genitori, nonni, zii, maestri ed educatori: fate accendere ai ragazzi, se gli volete bene veramente, lo schermo del tablet in questi pomeriggi in casa. Fategli vedere il film completo: dalle prime inquadrature della Madonna bambina col ventre rigonfio come la Madonna del Parto di Piero della Francesca, all’angelo dell’annuncio, adolescente materana con gli occhi grigi e i riccioli uguali agli angeli settecenteschi dei presepi napoletani. Fategli vedere i volti di pietra degli attori, scelti da Pasolini tra le facce dai tratti arcaici dei contadini del posto, attraverso una ricerca antropologica rara nella storia del cinema. Questo per una ricostruzione il più fedele possibile della realtà dell’innocenza e della semplicità ambientale degli ultimi giorni di Cristo. Una realtà scarna ed essenziale reperita miracolosamente nell’antica Matera: isolata, ancora nel 1964, e dimenticata nella storia. Una sorta di foto d’archivio, quasi, di un agglomerato urbano dell’epoca di Augusto. Vivo e non museale, come il relitto di Pompei. Perciò il palcoscenico del Vangelo di Pasolini non ha nulla di hollywoodiano; niente di paragonabile all’enfasi barocca di un presepe ricostruito. E’ invece il ripescaggio dell’ambiente abitato primigenio nell’epoca dell’Avvento, che compie il miracolo: l’occhio vede, per la prima volta, una realtà non artefatta della Palestina dell’anno 33. Si accorge che quella è la realtà, e che Cristo è esistito realmente. E con lui i Santi, e i miracoli. E la tragedia della Passione. E’ importante spingere i giovani anche ad ascoltare, oltre che guardare, il film. I discorsi di Cristo hanno spazio per il messaggio d’amore. Ma ancora di più per l’urlo di indignazione al cospetto delle ingiustizie e delle disuguaglianze del mondo. Il timbro sonoro della voce di Cristo assomma tutte le vibrazioni degli appelli alla resistenza contro le sopraffazioni e i trucchi ipocriti del Potere, in tutti i tempi dei tempi. E’ una voce pericolosa che il Potere fa da sempre ogni sforzo per farla dimenticare. Eppure, è la musica più istruttiva che i giovani possano sentire. Come la colonna sonora inusitata nel 1964. La pellicola si apre con i suoni della natura che non riusciamo più a sentire: il cinguettio degli uccelli, il canto di un gallo, il martellio di officine che lavorano il ferro di utensili primitivi, le grida delle faccende quotidiane di un luogo privo di ogni suono artificioso. E poi, solenne come un cantico gregoriano, la musica di uno spiritual struggente, a sottolineare l’internazionalità assoluta della Natività. E poi Bach, Procofieff e la malinconia di antichi cori russi delle steppe. Musica per disegnare l’infinito di una cattedrale universale!

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