La “Panarmonia” nel suono del clarinetto

Scritto da , 11 luglio 2018
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Questa sera alle ore 21, l’ensemble rappresentante del magistero del M° Giovanni De Falco sarà ospite del XXI cartellone dei “Concerti d’Estate di Villa Guariglia” firmati da Tonya Willburger

Di OLGA CHIEFFI

«Panarmonia»  l’accordo di tutto nel Tutto , questo il nome dell’Ensemble di Clarinetti, rappresentante il magistero del M° Giovanni De Falco, depositario dei segreti della prestigiosa scuola Napoletana di questo strumento, scelto sulle tracce del pedagogo boemo Comenius, che affermava l’idea di pansofia, quale fine vero della scuola quale mezzo di tutte le genti e di tutte le lingue, guardando, appunto alla panarmonia.  Questa sera, alle ore 21, i “Concerti d’estate di Villa Guariglia in Tour” approdano nella splendida corte del Complesso Monumentale di San Giovanni a Cava de’ Tirreni, accendendo i riflettori sul principe degli strumentini, attraverso alcune trascrizioni di pagine della grande tradizione sinfonica, pensate per l’amalgama particolare creata dai diversi tagli dello strumento. L’Ensemble Panarmonia composto da Mauro Caturano (clarinetto piccolo in mib); Miriam Zeoli, Michela De Santis, Francesco Pasquariello, Michele Tarallo, Simone Vuolo, Armando Cristiano, Alessia Parisi, Umberpiero Caturano, Gilda Crisci e Teresa Pirozzi (clarinetti soprano in sib); Angelo D’Elia (clarinetto contralto in mib); Domenico Annunziata e  Francesco Di Domenico (clarinetto basso in sib), principierà il suo rècital con l’ “Ave verum corpus” di W. A. Mozart, scritto nell’anno della sua morte, opera che è considerata dalla critica uno dei momenti più alti del compositore austriaco, con la sua struggente e intima semplicità. L’ensemble continuerà con le Variazioni su di un tema di Paganini di Kenneth Wilson, partitura che coniuga abilmente l’estro virtuosistico con il rigore della costruzione, attento alla facilità melodica e alla brillantezza cromatica, sulle note del XXIV Capriccio. A seguire, il primo tempo della suite n.1 Peer Gynt di Edvard Grieg “Il Mattino”. Nel 1876 Grieg scrive su richiesta di Ibsen, le musiche di scena per il Peer Gynt, l’opera teatrale più famosa del commediografo norvegese. In quest’opera viene narrata la storia di un giovane scapestrato, Peer Gynt, il quale, alla continua ricerca di nuove esperienze e nuove emozioni, trascura i valori fondamentali dimenticando famiglia, amici e la donna che tanto lo amava. In questo scellerato percorso Peer si macchia di colpe che lo porteranno continuamente a fuggire dagli altri e, soprattutto, da sé stesso. In un monologo della rappresentazione teatrale, Peer paragona la vita ad una cipolla: come la cipolla è fatta di tanti strati che non racchiudono nulla e proprio per questo rappresentano l’essenza della cipolla stessa, così la vita altro non è che l’insieme di quei momenti, mai veramente vissuti e subito dimenticati, che in realtà danno senso all’esistenza intera. In uno dei brani musicali inseriti nell’opera teatrale, Grieg descrive uno dei tanti viaggi di Peer Gynt: una mattina, in Marocco, Peer assiste stupefatto al risveglio della natura in una magnifica alba africana. Il crescendo delicato e nel contempo deciso della musica rappresenta magnificamente la natura e il moto di rotazione del sole nascente, una serie di passaggi affidati ai legni, anche nell’originale, descrive ancor più fedelmente i suoni e i colori dell’ambiente naturale africano. Momento più leggero con, Adios Nonino di Astor Piazzolla. Le versioni di questa pagina sono pressoché infinite; ogni formazione ha inserito questo brano nel suo repertorio cercando di personalizzarlo con il proprio stile oppure suonandolo seguendo rispettosamente la sublime versione originale. Astor lo dedicò al padre Vicente “… ha un tono intimo, – dice lo stesso autore – sembra quasi funebre e senza dubbio questo tango nel genere ruppe tutto. Il giorno che lo suonammo per la prima volta i musicisti ed io dicemmo: con questo facciamo un vero casino, non piacerà a nessuno, però suoniamolo lo stesso, è bello. Era un periodo in cui quasi tutti i temi avevano un ritmo molto incalzante, e invece Adios Nonino terminava al contrario, come la vita, se ne andava uscendo, si spegneva. Direi che questo brano ha un mistero speciale, la melodia, e in contrasto con essa la parte ritmica, il cambio di tonalità e poi il finale glorioso con uno scioglimento triste. Forse piacque per questo, perché era diverso da tutto”. Cambio di continente con la Danza Ungherese n°5 in Sol minore di Johannes Brahms, una delle pagine più note del genio tedesco ispirato al brano Bartflai Emlék di Keler Bela. Le due particolarità più evidenti sono l’alternanza di due temi di carattere opposto, di cui il primo ripetuto alla fine, ed una struttura ritmica molto marcata, come solitamente accade per tutti i brani di origine popolare. Seguirà, ancora dalla suite del Peer Gynt di Edvard Grieg, “Nell’Antro del Re della Montagna”. L’autore qui vi espande la sua genuina vena melodica fiorita di brevi illuminazioni appena increspate dall’ombra di un’armonia raffinata e funzionale, sempre tendente a denotare un clima costruito con saldo senso formale e timbrico, fino a raggiungere vertici, per lui inconsueti, di ebbrezza sonora. Con “Oblivion”, dolcissimo, struggente, in cui il ritmo serrato della danza lascia spazio ad una melodia lirica e introspettiva, ritorneremo ad Astor Piazzolla, stavolta compositore della colonna sonora del film “Enrico IV” di Marco Bellocchio. Ancora Mozart con  la Sonata in la magg. K. 331, ritenuta a lungo scritta nel 1778 a Parigi e oggi fatta risalire con molta probabilità al 1783, che presenta delle caratteristiche alquanto atipiche: il primo movimento (Andante grazioso) è un Tema con variazioni e nessuno dei tre movimenti è scritto in forma-sonata; infine manca anche il movimento lento, al posto del quale troviamo un Minuetto e saluta la presenza del celeberrimo Allegretto “Alla Turca” come ultimo movimento che si rivela in fondo meno atipica, tanto più che Mozart già in altre occasioni si è divertito a ricorrere al colore delle turcherie nella sua musica. L’ensemble ci trascinerà nel finale nell’ oriente dei barbari polovesi ricca di un acceso colorismo che avvicina Borodin, più che all’asciutta crudezza di Musorgskij, alla smagliante brillantezza di Rimskij-Korsakov, tanto è energica, chiara e vivace la sua rappresentazione: ora selvaggia e furiosamente ritmata immagini musicali di intensa, plastica suggestione, profondamente intrise di sentimento nazionale, giustamente divenute simbolo di un’epica collettiva.

 

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