La maschera protagonista di Baleni

Scritto da , 5 Agosto 2021
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Successo di critica e pubblico per il nuovo spettacolo di Francesca Pica che ha illuminato la “Notte dei Barbuti”

Di Gemma Criscuoli

I Greci, a cui dobbiamo tutto, lo sapevano con spiazzante chiarezza. La maschera rivela nell’esatto momento in cui occulta: è via d’accesso (privilegiata e spesso terribile) a quello che si annida nei sensi e li eccede. È un varco da percorrere, chiedendosi se ciò che chiamiamo “io” abbia davvero più consistenza di un fantasma. Attraversa esistenze differenti la donna mascherata di “Baleni”, lo spettacolo di e con Francesca Pica, proposto nell’ambito di La notte dei Barbuti, la rassegna a cura di Brunella Caputo. All’allestimento, supervisionato da Elena Bucci e basato sul disegno luci di Elena Vastano e sugli oggetti di scena di Domenico Latronico (la sarta è Rita Rubino), ha collaborato Valerio Pietrovita, in un progetto tutorato da Le belle bandiere. La figura in scena accoglie molteplici suggestioni: è lo spirito che ha urgenza di divenire forma, la coscienza in cerca di risposte al proprio mistero, la vita stessa, che è facile rinchiudere in una categoria, per poi capire che non sarà mai sufficiente a definirla. Le vite in cui si trasforma questo personaggio, che vorrebbe riconoscersi in un volto, sono solo all’apparenza prive di un nesso coerente: una bambina, Picciridda, che cerca invano di nascondere le proprie inquietudini dietro una filastrocca; Lella, una zitella stravagante che si uccide; We, una scrittrice che sogna amore e libertà; Mena la dannata, una donna del popolo in grado di predire il futuro dalla tomba. Queste presenze, che balenano appunto sul palco, sono accomunate dalla collisione con il limite, che, non a caso, coincide con la paura, a cui l’attrice dona le fattezze di una bambola beffarda, perché certa della sua vittoria su chi ha la sfortuna di incontrarla. Per Picciridda, una papera uccisa dal nonno è più che sufficiente a capire come l’infanzia non sia un’oasi felice, ma un luogo in cui il buio amplia la solitudine di chi lo respira. Nella piccola, tuttavia, a cui piace fingersi un maschio, è già nascosta l’essenza di quel che tutti siamo, o meglio, potremmo essere, quando afferma che “La vera bugia è che siamo tutti uguali”. Lella, che si potrebbe definire un’Anna Cappelli più ironica  (esilarante il momento in cui, gettandosi dal palazzo, fa in tempo a mietere pettegolezzi sui condomini) brucia il suo appartamento ingombro di oggetti, prima di farla finita, perché ha sperimentato l’avere, ma non l’essere. Il ruolo di donna sola cucitole addosso non è certo paragonabile con la parte assegnata all’attore dirimpettaio, che sta provando un suicidio: se la vita fosse davvero un palcoscenico, non sarebbe un incubo svegliarsi in una pelle che non si è scelta. Nel caso di We, la paura fa capolino nelle tante camere d’albergo in cui soggiorna, luoghi vissuti da chissà chi, che potrebbero appartenere anche a lei: conoscersi non è forse un’impresa che incute timore? Il buio, dove sonno e veglia si confondono, è però il momento in cui la scrittrice ascolta e interroga i defunti, perché la scrittura è il territorio in cui rimescolare tutte le coordinate. Attendersi un conforto dai morti è in ogni caso un’illusione. Mena, agguerrita e dolente forza ctonia, madre e levatrice (morte e vita si equivalgono, i Greci lo sanno) ha fatto a pezzi una statua di Gesù dopo la morte di sua figlia: le sue previsioni non possono che riguardare quel che più terrorizza, il dolore. “Voglio essere viva!” dice la protagonista, che si libera dalla paura grazie a un bambino che accoglie in sé il maschile e il femminile, come un novello Dioniso. Dissoluzione e rinascita devono coesistere, perché l’inganno dell’identità possa trovare nuova linfa in sé.

 

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