La malanotte di Salerno

Scritto da , 24 ottobre 2013

di Corradino Pellecchia. La “malanotte di Salerno”, come la definì Alfonso Gatto nella dolente cronaca della tragedia che colpì la sua città, la “notte del giudizio”, come la chiamò Aldo Falivena allora giovane cronista de’ “Il Giornale” , che ebbe per protagonista la morte che “camminava per le strade bussando a tutte le porte, spalancando le finestre, chiamando con ululati e zampate di vento le vittime”, causò 316 morti, circa 350 feriti, diecimila senza tetto e oltre 40 miliardi di danni. La notte fra il 25 e il 26 ottobre 1954 una tremenda calamità si abbattè sulla nostra provincia, un evento straordinario dal punto di vista meteorologico: in poche ore si registrarono piogge per circa 504mm, quando mediamente in un anno ne cadono circa 1000mm, che seminarono distruzione e morte. Le montagne, spogliate dagli alberi, franarono sugli abitati sottostanti; contemporaneamente fiumi e torrenti magrissimi (Fusandola, Rafastia, Bonea,  Reginna Maior e Reginna Minor), ingrossati a dismisura dalla pioggia e dalla fanchiglia, strariparono travolgendo ogni cosa.

Quell’immane catastrofe accumunò in uno stesso tragico destino Salerno (nella parte occidentale), Molina e Marina di Vietri, Cava dei Tirreni, Tramonti, Minori e Maiori. Fu un disastro le cui proporzioni furono senza precedenti nella storia della nostra città, che cambiò il profilo della Costiera amalfitana, trasformando borghi di operosità e bellezza in paesi di morte e distruzione.

Quei terribili giorni rivivono ora nei ricordi del pittore Mario Carotenuto, che all’epoca aveva 32 anni. “Come ogni mattina il mio collaboratore Ciro venne a prendermi in macchina alla mia casa di Torrione per accompagnarmi a Salerno. La città era in ginocchio: corso Garibaldi, via Roma il corso Vittorio Emanuele fino alla Fieravecchia erano stati invasi dall’acqua e dal fango. Si respirava un’atmosfera surreale. In quel tempo avevo lo studio in un sottoscala di via Bastioni e pensavo perciò di trovarlo allagato; invece l’acqua, seguendo la pendenza della strada, era decorsa verso via San Benedetto e lo aveva risparmiato. Ci dissero che a via Vernieri c’erano stati diversi morti, così andammo a vedere cosa era successo. Allora la tragedia ci apparve in tutta la sua dimensione: la strada ferrata era stata invasa da un cumulo di macerie. I soccorritori si prodigavano senza badare a fatica, diseppellivano i morti e li adagiavano lungo i binari. Mani pietose provvedevano poi ad avvolgerli in lenzuola. Rimase indelebile nella mia mente l’immagine del corpo di un uomo che, in un anelito disperato, aveva cercato di trovare rifugio su ad un pilone della luce elettrica. Successivamente, ci recammo a Vietri sul Mare. Il piccolo borgo di pescatori e maiolicari era irriconoscibile, devastato dalla potenza spaventosa delle acque e da un’enorme frana staccatasi dal monte Pulliero. Il sole era tornato a splendere, ma il mare non aveva più il suo colore naturale, era giallastro e fangoso. Vi galleggiavano corpi umani, carcasse di animali e alberi, che la furia dell’acqua aveva sradicato dalle montagne. Ricordo che la bella spiaggetta, affollata dai villeggianti, fiorita di ombrelloni e barchette variopinte durante la stagione estiva, aveva perso il suo antico profilo: ora una nuova lingua di terra si protendeva verso il mare. Mi dissero che un innocuo torrentello, il Bonea, alimentato dalla pioggia torrenziale ed ininterrotta e dalle acque che scendevano dalle montagne e dalle colline, aveva superato gli argini con furia selvaggia e devastatrice e, nella sua folle corsa verso il mare, aveva spazzato via tutto ciò che lungo le sue rive era stato costruito in tanti anni. Interi nuclei familiari furono soffocati nel sonno; si salvarono solo quelli che, sfidando la fiumana, avevano lasciato le case e si erano rifugiati nell’antica torre saracena. Un pescatore mi raccontò che il cimitero era stato completamente distrutto e le casse con i morti erano state ritrovate a Marina di Vietri, assieme ad una quantità di resti umani”.

Un’altra testimonianza è quella del fotografo Giancarlo Errico. “Allora avevo solo sei anni e ho un vago ricordo di quei terribili giorni. Ricordo solo il rumore della pioggia che continuò a cadere, prima intermittente, poi in maniera continua, persistente e violenta per tutto il giorno e la notte. A casa seguivamo i racconti di mio padre Ernesto, che con voce commossa ci raccontava  gli scempi provocati dal nubifragio.

Nelle ore successive all’alluvione era sceso subito in strada per fotografare le località devastate in quella fatale notte d’ottobre. Ogni volta che usciva con la sua fedele macchina fotografica, mia madre se ne stava tutto il tempo in un angolo della casa in silenzio, finché non lo vedeva tornare. Mio padre ha documentato quei giorni con un lavoro difficile e prezioso. Alcuni giorni fa ho ordinato il suo archivio e le foto dell’alluvione mi hanno fornito nuovi e sconvolgenti ricordi: il Corso Regina di Maiori completamente disastrato; la ferrovia che porta a Cava in sospensione sull’abisso, tra paletti contorti, fili ad alta tensione, tronchi di binari che pendevano sul baratro; i morti di Vietri, recuperati a mare e ricomposti su tavole inchiodate; la lunga teoria di bare allineate su due file, nell’atrio del Duomo, di uomini donne e bambini che nessuno, dopo tre giorni, aveva ancora riconosciuto”.

Quella notte ci furono anche molti atti di eroismo. Come quelli dell’agente di P.S. Andrea Santaniello e di fra Generoso, che si adoperò con strenua abnegazione per accorre dovunque fosse maggiormente necessario portare un aiuto, salvare una vita umana, soccorre e confortare un ferito. Raccontano che quando la vita tornò alla normalità e tanta gente andò a ringraziarlo, rispondeva che lui non aveva fatto niente, che bisognava invece ringraziare il buon Dio.

Ferdinando Punzo, infermiere in pensione, oggi ha 76 anni. E’ stato uno dei tanti eroi oscuri di quella tristissima ora che si prodigarono a portare soccorso a coloro che erano rimasti prigionieri delle acque negli edifici pericolanti. “Non potrò mai dimenticare quella notte, i tanti amici e conoscenti che non ci sono più. Come non dimenticherò più quel boato cupo, profondo, interminabile che annunciò il finimondo. Nel rione Olivieri, dove io abitavo, venne giù un intero costone della montagna che travolse palazzo Mazzariello, palazzo Caiafa e Bassi. Nel buio si sentivano pianti e invocazioni di aiuto; con altri volenterosi, riuscii a portare in salvo tante persone rimaste intrappolate nel fango e nei detriti. Solo alle prime luci dell’alba mi resi conto della portata della tragedia. Uno scenario desolante balzò davanti ai miei occhi. Il ponte della ferrovia era crollato. Via Ligea era stata cancellata da alberi, macigni, pietre rubate agli edifici. La spiaggia, letteralmente sfigurata dalle frane cadute dalle colline circostanti e da monte San Liberatore, era disseminata di morti. Gli stabilimenti balneari erano stati risucchiati a mare. Nello specchio antistante i pescherecci, in una gara generosa, ma disperata, erravano per trarre a riva le misere vittime che galleggiavano sulle acque torbide. Anche il paesaggio urbano era sconvolto. La Villa Comunale e il Lungomare erano irriconoscibili sotto una spessa coltre di melma. Alcune macchine erano affondate fino ai parabrezza. Le sirene dei vigili del fuoco, quelle delle autoambulanze, della polizia, dei carabinieri risuonano incessantemente in un via vai continuo. Quel suono stringeva il cuore e annunziava di minuto in minuto agli abitanti che la triste opera di salvataggio continuava. La chiesa di Sant’Anna in San Lorenzo era diventata un accampamento di fortuna. I frati si adoperavano per alleviare le sofferenze degli scampati, li rifocillavano distribuendo cibo, bevande, indumenti, coperte, medicinali. I ragazzi dell’Orfanatrofio Umberto I avevano donato agli alluvionati le loro coperte e lenzuola. Mi colpì un uomo di mezza età che si aggirava con gli occhi spettrali fra le macerie della sua abitazione per recuperare qualche misera suppellettile. Ricordo che in quei giorni incominciò a circolare una delle tante leggende metropolitane: il piccolo Mario Caputo, di quindici mesi, era stato ritrovato vivo e in buone condizioni, tre giorni dopo l’alluvione, all’interno della sua culla che galleggiava in una pozza d’acqua. A distanza di tanti anni, ogni volta che la pioggia è più insistente del solito, il ricordo di quella interminabile notte mi torna alla mente”.

“Avevo una piccola tabaccheria a via Botteghelle, oggi gestita da mio figlio Giovanni”. Così incomincia il racconto di Francesco Aliberti che oggi ha 86 anni. Verso le 18 incominciò a piovere. La pioggia cadeva copiosa, accompagnata da lampi e tuoni. All’inizio l’acqua era pulita, poi man mano diventò nerastra e melmosa. Una mareggiata di fango, pietre e rami si riversò per via Botteghelle e si fermò davanti alla pasticceria Punzi, formando un ammasso inestricabile. Misi in salvo tutta la merce deperibile e uscii per scostare i detriti che ostruivano la porta del negozio. Delle grida attirarono la mia attenzione. Erano di Pietro ‘o castagnaro che era rimasto bloccato nel portone vicino. A fatica lo aiutai ad uscire. Alle 10, in una pausa della pioggia, feci ritorno a casa bagnato fradicio. Mi attendeva preoccupata la mia giovane moglie. Ignaro di quello che era accaduto, l’indomani mattina mi recai al Banco di Napoli a prelevare i valori bollati, ma a via Fusandola trovai uno scenario apocalittico. Il torrente omonimo, ingrossato dalle acque, aveva rotto gli argini e travolto ogni cosa. La chiesa di San Gaetano, che aveva fatto da diga, era crollata e tutte le case allineate sulle sponde furono risucchiate dall’acqua. Interi edifici furono cancellati dal fiume di fango; famiglie intere distrutte. I negozi erano scomparsi sotto metri di fango e, in molti punti, la mota aveva raggiunto i primi piani dei palazzi.  Con la mano si riusciva quasi a toccare le lancette dell’orologio del campanile dell’Annunziata, ferme all’1 e 52. Il portale centrale della chiesa aveva ceduto e la melma era arrivata alle nicchie dei santi lungo le pareti laterali e coperto quasi del tutto il bellissimo altare barocco. Molti arredi sacri galleggiavano sull’acqua nella sagrestia. Don Carmine De Girolamo, il priore dell’Annunziata, aveva organizzato una squadra di volontari. Si scavava tra le macerie ancora polverose con ogni mezzo, anche a mani nude, in una gara di solidarietà. In un silenzio struggente, una folla attonita seguiva le operazioni di recupero. I feriti e i morti venivano sistemati in un locale del Teatro Verdi. In seguito, seppi che Alfredo Sciameglio, così soprannominato perché aveva un difetto alla gamba, che mi riforniva di sale, era morto con tutta la famiglia e il suo asino”.

Ma, “non tutto cadde dal cielo, non tutto fu dettato dalla coscienza cieca degli elementi”; invero dei segnali premonitori c’erano già stati, ma furono sottovalutati e non vennero adottate sufficienti misure di sicurezza. Alfonso Menna, allora funzionario comunale, ebbe a dire in un’intervista: “L’alluvione di Salerno è stata una delle calamità più gravi della storia europea. La natura aveva potuto infierire sugli uomini anche perché gli uomini non avevano saputo difendersi con una lungimirante politica del territorio”.

 

 

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