La grotta delle Brigantesse

Scritto da , 31 Agosto 2019
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Successo di critica e pubblico per la pièce di Eduardo Ricciardelli andata in scena a Salerno, nella Chiesa di Sant’Apollonia, ospite de’ “La Notte dei Barbuti”

Di ARISTIDE FIORE

“La notte dei Barbuti” si è illuminata per mostrare una pagina dolorosa della nostra storia, non priva tuttavia di spunti di riscatto, con “Brigantesse” di Eduardo Ricciardelli, da lui stesso interpretato con Susy Pariante, Antonella Valitutti, Apollonia Bellino e Alessandra de Concilio, andato in scena a Salerno, nella Chiesa di Sant’Apollonia. Quattro donne e un uomo hanno trovato rifugio in una grotta, nel Cilento, anch’esso, come tutto il sud, sconvolto da massacri, stupri, saccheggi, devastazioni di interi paesi, arresti e esecuzioni sommarie, perpetrati dalle truppe sabaude, nient’altro che predoni in divisa. Il pensiero è la sola cosa che resta libera. Alternando canti e balli popolari accompagnati da tammorre e altri strumenti a percussione, preghiere ormai ridotte a mero automatismo e liti furibonde, il gruppo si prepara a un’imboscata, ma, nel lento scorrere dell’attesa, è inevitabile ricordare come siano finiti lì. Cosicché, uno alla volta, i personaggi si raccontano. Ne viene fuori un affresco sul meridione post-unitario, conquistato e colonizzato, visto secondo la prospettiva degli ultimi: amori bugiardi, gravidanze indesiderate, prostituzione, solitudine, fame, malattie. Perfino aspirazioni troncate dopo anni di studio, sebbene non spesi invano, ma forieri di lucidità d’analisi: non solo beni materiali, hanno tolto gli invasori; si son presi anche il futuro. Spinte dalla volontà di tradurre in atto una libertà vagheggiata tra bassezze privazioni, le giovani vedove si danno alla macchia, facendosi brigantesse. Alla consapevolezza di essere state ridotte alla loro nuova condizione da quella stessa società, ormai controllata dai vincitori e dai loro complici, che le ha emarginate e le stigmatizza, si unisce la ferma volontà di reagire a ogni costo. Intonando “Briganti se more”, si avviano determinate incontro al proprio destino. Si tratta di una rappresentazione fluida, priva di tempi morti, che si giova della perfetta integrazione fra il contesto e la musica accennata dalle percussioni: utilizzata per sottolineare l’azione, fare da sfondo ai testi o negli intermezzi cantati, nella sua essenzialità si dimostra sempre coerente con la povertà, la drammaticità ma anche la comicità grottesca del contesto, così come la mimica degli attori. Si lascia la sala con la sensazione di aver visto un bello spettacolo, nonostante la fatica di ascoltare, in un ambiente dall’acustica inadeguata, essendo stato edificato per altri scopi, o la perdita di qualche battuta, ad onta dei bravi interpreti. Sarebbe auspicabile, per le prossime edizioni, il ricorso a locali veramente adatti allo scopo. Lo sarebbe oltremodo in una città che vanta la presenza di qualche sala nuova di zecca, aperta tuttavia solo in poche occasioni.

 

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