La Filarmonica Salernitana come la London per De Andrè

Scritto da , 5 Dicembre 2021
image_pdfimage_print

Orchestra e coro del teatro Verdi brillante agli ordini di Geoff Westley, che ha firmato gli arrangiamenti, ma il progetto ha tradito l’essenza del cantautore genovese per buona parte della scaletta

 

Di Olga Chieffi

 Teatro Verdi al gran completo per la ripresa de’ Il Sogno n°1 di Fabrizio De Andrè, un’ idea del direttore e arrangiatore Geoff Westley, che incise il progetto con lo stesso Faber e la London Symphony Orchestra nel 2011, celebrandone, così, qui a Salerno il decennale, con l’Orchestra Filarmonica e il coro del massimo, preparato da Felice Cavaliere, unitamente alle voci soliste di Ilaria “Pilar” Patassini e Peppe Servillo. Se gli arrangiamenti si sono rivelati accattivanti e ben eseguiti, il progetto globalmente non ha potuto non farci balenare alla mente le incisioni “orchestrali” di Charlie Parker, volute da Norman Granz e dalla Mercury, che fecero scuola tra i jazzisti dell’epoca sulla falsariga di Bird, melensi e proni ai gusti della maggioranza del pubblico, quali Clifford Brown with Strings del 1955, Lady in Satin di Billie Holiday del 1958, e Focus di Stan Getz e tanti altri. Nel 2011 era la stessa voce di Fabrizio De Andrè a far rivivere e a rivivere nelle sue canzoni, affiancato da Vinicio Capossela e dall’indimenticato Franco Battiato e il tutto conservò qualcosa di quella interiorità, di quella tensione, di quegli umori, che mercoledì sera al Verdi non siamo riusciti a percepire, se non in qualche passaggio. Il Maestro Geoff ha raccontato, prima di attaccare Le Nuvole, che ha introdotto questa grande suite, che tutto nacque quando lasciava ormeggiata la sua barca a vela a Lavagna e l’ormeggiatore, che era un grande fan di Fabrizio De André, gli regalò tutti i suoi dischi, insistendo nel fargli ascoltare il genio genovese. Di lì l’idea di un De Andrè con orchestra a dieci anni dalla scomparsa, con la traccia del canto estrapolata dai dischi, incisa sui nuovi arrangiamenti di stampo sinfonico, realizzati da Westley, il quale in diverse pagine si è allontanato dall’estrema linearità sintattica dell’autore, in cui il ritmo nasce sempre dalla parola, non prima e non dopo, parole di largo accesso e, se auliche, sempre ironizzate, poiché la dimensione è quella della quotidianità, il desiderio di una vita meno conformista, il rigetto dei falsi valori del benessere, descritti in genere attraverso modulazioni insinuanti, alla ricerca di sfumature mai abitudinarie. Per Peppe Servillo interpretare una canzone è realizzare la sua personale gesamtkunstwerk, con la quale ritorna a quel tempo in cui il linguaggio riuniva in sé musica e poesia, a cui lui aggiunge diverse altre arti, teatrale, tersicorea, assimilando al proprio percorso artistico elementi e sfumature mediate dal proprio vissuto, riappropriandosi delle proprie origini, riavvicinandosi ad una concezione della musica quale espressione totale, che ha avuto il suo apice in Don Raffaè, giunta dopo la canzone d’apertura in duo con la Patassini, “Preghiera in gennaio”. Retorica per “L’Infanzia di Maria” con sei voci maschili, la poesia di “Ho visto la Nina volare” in una notte che s’ impadronisce di tutte le parole espresse dal ritmo cadenzato, imposto dall’orchestra su cui continua il “recitar-cantando” di Peppe Servillo, l’ottavino di Vincenzo Scannapieco negli astri siderali duetta con la voce pastosa, tutta “italiana”, quasi festivaliera della Patassini, nella “Canzone dell’amore perduto”, c’è tutto Dmitrij Shostakovich della Suite per orchestra jazz nel Valzer per un amore, affidato a Peppe Servillo, con le suggestioni del cabaret e della musica da ballo, che ci hanno consegnato una visione disincantata e spietatamente critica della realtà che ci circonda. La dolcezza e la durezza insieme delle Tre Madri ai piedi della croce, introdotta da un Laudate Dominum dagli echi orffiani, con la Pilar Patassini, accorata e gli echi di Weill per Disamistade in duo, mentre nell’ Hotel Supramonte il corno inglese di Antonio Rufo, “ nell’ora che lenta s’annera suonasse te pure stasera scordato strumento, cuore”, ci fa balenare il verso di Montale, che ha sposa perfettamente le intenzioni di De Andrè. Finale con l’attesa “Canzone di Marinella”, ancora spezzettata fra diverse voci liriche del coro e al coro istesso, e qui, il Maestro si è esaltato nel rendere roboanti gli arrangiamenti, facendo intervenire anche la “banda” nell’ addio a Bocca di Rosa, dissolvendo la tragicità della canzone. Applausi e bis con Le Nuvole e il gran finale con “Anime Salve”, punteggiata dalla tromba “relaxin’” di Raffaele Alfano, elevatasi sull’oleografico “inganno” orchestrale, che ha fatto contento l’intero uditorio, avvolto in un incontenibile crescendo musicale.

 

 

 

 

Consiglia

Cronaca

Attualità

Spettacolo e Cultura

--sidebar-wrapper-->