La condanna di Maria Sibilla Ascione

Scritto da , 13 Gennaio 2020
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Mimmo Borrelli chiede al pubblico di pathire con anima e corpo insieme alla profetessa, in una performance che ha stregato la platea della Sala Pasolini

Di GEMMA CRISCUOLI

A vederlo avanzare sulla scena, scarmigliato e delirante, con una vestaglia rattoppata bordata di merletto, preannunciando la mescolanza di maschile e femminile, tra urla e sputi, si avverte un vivo disagio. È appunto questo che Mimmo Borrelli chiede agli spettatori: vivere senza pudore il suo spettacolo fino in fondo, anche a costo dell’angoscia e del disgusto. Proposto presso la Sala Pasolini al pigro e insofferente pubblico salernitano (qualcuno è andato via o ha preferito lo schermo del cellulare, perché è più facile cercare conferme che sorprese), lo spettacolo “Malacrescita”, tratto da “La Madre: ’i figlie so’ piezze ‘i sfaccimma” dello stesso attore, è un ammaliante precipizio da cui è impossibile risalire, dato che quel che si annida nelle viscere è prigione e condanna. Borrelli si ispira a vicende di camorra e alla Medea di Euripide per tracciare lo scenario allucinato di due figli che, ottenebrati dal vino che hanno bevuto invece del latte materno, rivivono vicende familiari dominate dall’abuso, dalla rabbia e dalla sconcia obbedienza agli istinti. Il protagonista incarna tutti i personaggi: dove infatti non esiste un domani, presente e passato si sovrappongono di continuo, l’infanzia selvaggia e tenera è evocata dal suono di un pupazzo di gomma di Antonio Della Ragione, mentre esegue dal vivo le musiche al servizio di quell’ipnotico fluire di suoni aspri e sgualciti tra crudezze e litanie che è la lingua flegrea, che ubriaca e contamina l’ascoltatore non meno dell’alcol avidamente tracannato. L’interprete è, dunque, al tempo stesso i due gemelli stravolti e per questo capaci di cogliere l’essenza delle cose, simboleggiati da due teste di bambole affumicate (non hanno potuto diventare adulti: sono per sempre inchiodati a essere aborti di individui, pur essendo venuti al mondo), “Santokanne”, il padre a cui tutto è dovuto e che concepisce solo una sessualità predatoria, issato su una sedia da cui disprezza il mondo e Maria Sibilla Ascione, la madre dei due folli che unisce in sé il nome e il destino della veggente e della Vergine. Una Vergine oggetto di feroci bestemmie, perché costringe a cercare amore anche dove non esiste neanche l’ombra di questa parola e avvince chi genera e chi è generato in un legame inaggirabile, soffocando il desiderio di essere altro altrove. La rete bianca che Borrelli indossa è manto della madre di Cristo e sudario, consacrazione malata a un ruolo svuotato ormai di ogni senso. Come la Sibilla nel cui antro, in gita da piccola, ebbe le mestruazioni (iniziazione a una vita in cui si può prevedere solo la propria rovina), Maria profetizza la vita disastrosa dei figli di cui ha cercato invano di sbarazzarsi: “Mostri siete e mostri diverrete”, afferma. Si vendica dell’abbandono di Santokanne ubriacandoli, proiettando nel loro sbandamento l’impeto distruttivo di un’esistenza degradata. A loro spetta raccontare in modo inconsulto l’accaduto tra bottiglie e fiori di plastica (la rinascita è una chimera). Il racconto però non esorcizza il dolore: può solo perpetuarne l’ossessiva presenza, renderlo ubiquo come le preghiere calpestate o i suoni irrazionali della profetessa tra cui i pagani cercavano invano la verità.

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