La casa metaforica di Ho.me

Scritto da , 20 gennaio 2017

Questa sera, alle ore 21, sul palcoscenico del Centro Sociale “R.Cantarella” prenderà il via la seconda stagione di Erre Teatro con lo spettacolo prodotto da VerniceFresca

Di OLGA CHIEFFI

La casa, Ho.me, il “qui” è la base della filosofia occidentale, grazie a questo “qui”, comincia il possibile, anzitutto quello di sedersi su se stessi, possedersi, disporre del corpo come di ogni altra cosa del mondo verso cui il corpo stesso si protende, come della parola con la sua forza ambigua e decisiva. Dal termine Ho.me prende il via la seconda stagione di ErreTeatro, nove spettacoli per l’ormai amato cartellone simboleggiato dal simpatico sguardo capovolto del pipistrello di Mutaverso, ideato da Vincenzo Albano. Se il preludio della stagione è stato firmato da un intenso laboratorio che ha visto ospite nella chiesa di Santa Apollonia il Maestro Maurizio Lupinelli, che ha avviato il progetto Itaca/ la Bottega dei Ritorni il progetto di residenza artistica salernitana con il workshop: “La Germania che ho in testa”, esplorazione e ipotesi di messa in scena dell’universo fassbinderiano attraverso il testo “Sangue sul collo del gatto”, questa sera ci si ritroverà alle ore 21, all’Auditorium Centro Sociale “Renato Cantarella per “Ho.me.”, gioco di parole tra “Home” (casa) e “Oh Me”, spettacolo, vincitore della III Edizione del Bando Amapola R-esistenze Creative della FE Fabbrica dell’Esperienza – di Valentina Gamna, prodotto da Vernicefresca Teatro, con Jessica Festa, Martha Festa, Rossella Massari, Arianna Ricciardi, regia di Massimiliano Foà, sonorizzazioni e musiche originali di Massimo Cordovani, costumi Simonetta Ricciarelli, elementi scenografici e disegno luci Maurizio Iannino. Una città affacciata sul mare, una collina da cui si avvistano balene, mucchi di scarpe senza più padrone e una vicina che se ne va in giro con un fucile carico. Questa è la vita delle due sorelle di HO.me. Una vita fatta di certezze e di divieti mossi da un atavico terrore nei confronti di tutto ciò che è diverso. Un giorno, però, dal mare arriva una straniera. Ed ecco la casa, la presenza tutta al femminile, un luogo non luogo che si dilata all’infinito nello spazio e nel tempo, piatto come la linea dell’orizzonte oltre il quale è impossibile lasciar andare lo sguardo: “La scenografia è spoglia, fatta di basi in legno e cartone – spiega il regista Foà – gli abiti delle protagoniste sono perfettamente identici e i loro nomi le rendono anonime: Prima, Seconda, Vicina e Ultima, la donna che arriva dall’esterno. Si ha la sensazione di abitare in un’emergenza perenne in cui nulla cambia, eppure si percepisce la tensione di un evento che sta per manifestarsi. L’unico oggetto reale in scena è un fucile, qualcosa che spara e ci pone di fronte a molte domande: chi è chi? Quali sono le regole che avevamo stabilito e alle quali ci eravamo aggrappati? Non si parlerà solo dello straniero “altro” ma anche del fatto che siamo stranieri tra di noi, e cioè del fatto che oggi se siamo leggermente diversi siamo stranieri, c’è il concetto di branco che ci rende “altro”. L’interazione con il pubblico è implicita, i tempi sono estremamente lunghi, come se ogni battuta avesse un’eco, perché c’è la volontà di riabituare a stare, a rendersi conto di essere corpo e anima, ricordandosi che ogni spettatore può sviluppare una coscienza politica che oggi è del tutto mancante, perciò bisogna lavorare di costruzione e combattere fino allo stremo”.

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