La benedizione degli animali

Scritto da , 17 gennaio 2014

S.Antuono segna nel calendario popolare il principio del Carnevale, ovvero di quel periodo rituale, circoscritto nel tempo, durante il quale si forma una comunità metastorica a carattere provvisorio, che vive un aspetto di ribellione alla propria condizione sociale, riflettendo aspetti rituali arcaici, legati nel passato a rituali agricoli di propiziazione del raccolto e di eliminazione del male. Uno di questi ultimi aspetti è, certamente, la richiesta di benedizione di ogni proprietario di animali al taumaturgo. Nella iconografia, Sant’Antuono, infatti, viene sempre raffigurato tra tutti gli animali, particolarmente con a fianco un porcello e a distanza, una fiamma. In Salerno, associando la presenza del maiale accosto al santo, si dice : “S’è ‘nnammurato d’’o porco”. Nella nostra città, Sant’Antuono si venera nella chiesetta di Santa Rita al Largo, oggi, San Pietro a Corte, tradizionalmente detto di Sant’Antuono, innanzi al vecchio municipio, chiamato Palazzo Sant’Antuono. Nella stessa piazzetta, ogni anno si procedeva alla benedizione degli animali. Oggi, anche altre chiese sono disponibili ad accogliere i nostri amici: le benedizioni verranno inaugurate questa mattina da Don Cesare Pellegrino nella storica Chiesa di Santa Rita, alle ore 11,30, nel pomeriggio, invece, gli appuntamenti sono intorno alle 16,30 sul sagrato della chiesa di San Domenico, al Volto Santo in Via Roccococchia e del Gesù Redentore, alle ore 17, in S.Paolo al Rione Petrosino, per chiudersi a Giovi, nella chiesetta di campagna di S.Bartolomeo, alle ore 19, accorsata da ogni razza di animali, dai cani, agli asini, ai cavalli, alle oche, in una magica festa.

S.Antuono è ritenuto anche il patrono del fuoco. Pare che egli sia disceso all’Inferno, dal quale ha tratto un po’ di fuoco di nascosto del diavolo, novello Prometeo, per cui, la notte del 17, in sua venerazione si accendono grossi falò. In Campania, infatti, e specie nel salernitano, ricorre in particolare il verso dell’asino e il nitrito del cavallo, animali dei quali, proprio in questi giorni, si apre la stagione di monta. Il cavallo è largamente mimato nelle danze di Sant’Antuono, poiché è un animale che fin dall’antichità è simbolo di molte divinità, riferentesi alla donna anche se in modo ermafroditico. Si ricorderà che nel ventre di un cavallo si nascosero i guerrieri greci che poi, incendiarono Troia. E, in questo caso entrarono nella pancia di questo animale per esserne quasi partoriti. Ma, senza voler risalire ai miti, e riferendoci alla realtà contadina, il cavallo viene montato e posseduto come una donna, pur tuttavia, resta un animale che può facilmente “possedere”, per cui rappresenta l’estasi. L’ambivalenza data a tale bestia viene giustificata dal fatto che facilmente il cavallo può imbizzarrirsi e, quindi, far perdere il controllo a chi lo cavalca. In questo senso, il cavaliere da possessore diventa posseduto e il cavallo da posseduto a possessore. Per non parlare delle implicazioni di significato sessuale trasferite al cavallo e a chi lo cavalca; l’uomo possiede la donna (la “puledra dai piedi veloci” Euripide), ma ne può facilmente perdere il controllo ed essere trascinato follemente verso il baratro (paura di perdere l’identità mediante l’atto sessuale con la donna, paure, castrazione, ecc.), così, come uno stallone farebbe tutto soltanto per la sua amazzone, ecco perché è la donna che nel ballo si esprime evocando il cavallo. L’ incontro con il fuoco iniziatico si vivrà a Campagna. Tra le sue vie si riapre il grande libro della vita, della morte e dell’universo che ci circonda, leggibile coerentemente secondo il linguaggio codificato dell’immaginario collettivo. Un momento,  questo, in cui si tocca con mano che noi campani manteniamo  un rapporto ancora stretto di comunicazione con il sotterraneo, con la scena dove ciò che è sepolto può all’improvviso rivivere, minaccioso o benefico : fuoco giallo e rosso del Vesuvio nelle stampe popolari, bollori sulfurei dei Campi Flegrei, cunicoli della Sibilla traforati dal cielo, fiamme delle anime purganti, grotte di Virgilio e i famosi Fucanoli di Campagna, i falò di Sant’Antonio Abate. È qui, senza dubbio che il nascosto chiede con maggiore insistenza e, da più tempo, di farsi luce, ed è qui che può diventare più poroso e friabile il muro che divide il “sopra” e il “sotto”, l’ “al di qua” e l’”al di là”, l’arcaico e il presente, l’immaginario e il reale, in uno psicodramma che, nei secoli, è riuscito a penetrare la cultura e il suolo. Campagna è sede di una proliferante espressività, una vera e propria foresta di segni, in cui ci si addentra come in una fitta trama onirica. Continuamente stimolato e provocato alla decifrazione di ciò che vede e sente, colui il quale stasera parteciperà alla festa, percorrendo le vie del paese, si accorgerà ben presto che questo è un luogo in cui esprime da sempre e più intensamente l’inconscio, nella sua nudità più crudele e esibita o nelle sue metamorfosi storiche, enigmatiche e perturbanti. La fiamma che si eleva e parla, balugina nelle acque che attraversano Campagna, purificandone la terra: i quattro elementi s’incontrano e si scontrano restituendo qualcosa di una drammaturgia segreta che ci portano emozionalmente a fare parte della scena.

 Olga Chieffi

 

 

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