La bacchetta di Lorenzo Viotti per Dvoràk

Scritto da , 31 Agosto 2019
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Il figlio dell’ indimenticato Marcello, sarà alla testa dell’Orchestra Filarmonica del teatro alla Scala per chiudere, stasera, sul Belvedere di Villa Rufolo, alle ore 19,30, la LXVII edizione del Ravello Festival

Di OLGA CHIEFFI

Teatro alla Scala in trasferta nella provincia salernitana in questo 31 agosto che pone fine a diverse rassegne e ai giorni spensierati di tanti vacanzieri. Se la prima viola del massimo milanese, l’eclettico Danilo Rossi è felicemente ospite di Palinuro e il primo clarinetto Fabrizio Meloni e il primo oboe Fabien Thouand si esibiranno, stasera alla testa del quartetto di fiati scaligero al duomo di Salerno, sul Belvedere di Villa Rufolo, troveremo la formazione completa del Teatro alla Scala di Milano, chiudere questa chiacchieratissima LXVII edizione del Ravello Festival allestita dalla trimurti Felicori, Pinamonti e Marzullo, diretta dal ventinovenne Lorenzo Viotti, figlio del compianto Marcello Viotti. Variegato il programma, che principierà con l’ouverture del Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini, con il suo Andante sostenuto d’apertura alternante accordi poderosi a brevi scalette e a note ribattute, misteriose e incerte, prima di cedere il passo all’Allegro con il primo tema, celeberrimo, giocato sulla lamentosa ripetizione del semitono discendente Do-Si, che pare mostrare ironicamente le tristezze della vita, e concludere in tonalità maggiore, con il famoso tema gaio e giocoso anche quando viene cantato dalla calda e pastosa voce dei corni. A seguire, il Preludio Sinfonico di Giacomo Puccini, il quale diplomando al Conservatorio di Milano, firma il “saggio” scolastico del 1882. Nel Preludio sinfonico Puccini sviluppa in maniera sorprendente un materiale motivico molto semplice: l’intero brano è basato infatti sulla variazione cangiante e continua dell’inciso di quattro battute presentato all’inizio da flauti, oboi e clarinetti. La memoria vola al Lohengrin di Wagner per l’uguale tonalità di La maggiore, in un raffinato gioco di diatonismo e cromatismo, in cui il giovane Puccini dà sfoggio di notevole eleganza e audacia armonica. Dvoràk risuonerà ancora, dopo la prova casertana e cilentana di Ezio Bosso. La chiusura è stata affidata alla Sinfonia n°9 in Mi minore op.95 “Dal Nuovo Mondo”, ispirata ai canti indiani e negri, con la sua evocazione naturalistica prontamente soggettivizzata in un’accorata, pungente nostalgia, atteggiamento tutto romantico che giustifica la riuscita espressiva di questa opera, che spazia tra temi americani e sentire europeo e il celebre poema sinfonico. Dvoràk abbandona qui quella scrittura densa e a volte ieratica che aveva caratterizzato le precedenti sinfonie per infondervi uno spirito più fresco, ispirato da un lato al diverso senso della natura che al musicista derivava a contatto con il grande continente americano, che non gli permetteva nemmeno nella forma musicale lunghi ripensamenti e continui ritorni. Di qui la ricchezza di idee, di episodi, di temi, di intrecci che caratterizza quest’opera, dall’incontro di due civiltà, che anticipa di qualche giorno il nostro 9 settembre 1943.

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