L’ onda ritmica dello swing

Scritto da , 15 agosto 2016
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Successo nella villa di Vietri sul Mare per lo spettacolo Quel Jazz che viene dal mare… proposto dalla Big Band Swingtime

 

Di GIULIA IANNONE

Sono giunti marciando i musicisti della Big Band Swingtime diretta dal M° Antonio Florio, protagonisti dello spettacolo “Quel Jazz che viene dal mare”, che ha chiuso in un vero tripudio di folla la II edizione del segmento jazz di Estate in Villa, che ha animato la cittadina di Vietri sul Mare per l’intero mese di luglio. Il M° Florio, insieme al critico musicale Olga Chieffi, ha inteso offrire un piccolo saggio della musica della swing craze. Un talento musicale che cerca una propria via verso nuove concezioni d’espressione, non può non lasciarsi sedurre da un genere di musica che uno dei suoi più grandi interpreti, Gene Krupa (drums) definisce “…eccola davanti a voi in ogni suo aspetto: mettetela come volete. Una bellezza che è insieme stracciona e cordiale, sfrontata e perfida, e che ha senza dubbio il suo fascino”. I piccoli combo di strumentisti della V Armata del Generale Clark, si esibivano al Casinò Sociale, nei circoli ufficiali e lo swing invase la nostra città, insieme agli oltre duecento “V” Disk che diffusero il sacro verbo dello swing e il vento del jazz che accompagnò l’occupazione americana a Salerno, non poteva non travolgere i giovanissimi musicisti di quell’epoca, tra cui Franco Florio, il padre del M° Antonio, sassofonista e istitutore della prima cattedra di questo strumento in Italia, qui a Salerno e di Antonio Avallone, trombettista, padre del M° Luigi Avallone, direttore artistico di questa rassegna, che si è svolta in più sezioni, classica, jazz e pop, che si ritrovarono a suonare insieme al Tersicore nella band di un altro trombettista Luigi Francavilla. St.Louis Blues March di Glenn Miller ha inaugurato il programma un omaggio al maggiore più famoso della storia della musica e a quell’esercito che ha sempre marciato con il suo tempo, il tempo dello swing, spazzando via passi romani e passi dell’oca, orbace, svastiche e camicie brune. Quindi, la magia delle sezioni dell’ orchestra con Antonio Florio che ha suonato i sax tenore e contralto e diretto in modo impareggiabile una formazione brillante, impreziosita dalla bravura di Giovanni Minale (I alto e clarinetto), Francesco Florio (II alto), Umberto Aucone (I tenore) Maurizio Saccone (II tenore), Nicola Rando (baritono), alle trombe Giuseppe Fiscale, Mauro Seraponte, Nicola Coppola e Stefano Minale, ai tromboni Alessandro Tedesco, Raffele Carotenuto, Umberto Vassallo, al pianoforte Antonio Perna, al doublebass Antonello Buonocore e alla batteria Salvatore Minale. Un impeccabile mix per una musica nata soprattutto con l’intenzione di divertire e far ballare la gente, basata su un senso del ritmo talvolta davvero inimitabile, il senso del sincopato che viene trasmesso da Tuxedo Junction sembra ancora oggi senza pari, come l’energia di In The Mood, o uno dei due più celebri Moonlight della musica, Moonlight Serenade (l’altro è la Sonata al Chiar di luna di Ludwig van Beethoven), o ancora Pennsylvania 65000, in cui Antonio Florio ha infiammato il pubblico invitando il pubblico raccolto nell’incantevole anfiteatro ceramico a cantare con lui, spalti da cui si sono precipitati a danzare anche i ballerini di Lindy Hop della scuola salernitana Cotton Swing, salendo sul trenino di Chattanooga Choo Choo. L’omaggio ad Ellington ha posto in luce i solisti a cominciare dagli eccellenti trombonisti Alessandro Tedesco, sordina parlante la sua in Echoes of Harlem e Raffaele Carotenuto esotico in Caravan, con Umberto Vassallo, le invenzioni di Nicola Coppola e le note fuori registro di Mauro Seraponte, unitamente ai bei suoni fedeli al periodo storico del caposezione Giuseppe Fiscale e Stefano Minale. Il significativo viaggio nella swing craze non poteva metter da parte le grandissime formazioni che insistevano a New York, quali quella di Benny Goodman o di Chick Webb, evocati da Don’t be that way e Stompin’at The Savoy, e ancora Count Basie con uno Splanky in cui l’intenzione guardava già oltre al Be bop. Splendida formazione, con stile contraddistinto da un fraseggio elegantemente raffinato nei soli impeccabilmente in stile, calcolatamente virtuosistici ma sempre ben controllati e mai debordanti in inutili funambolismi, supportati da una tecnica sopraffina costellata da raffinatezze armoniche, questa la front-line dei sax che ha salutato i bei soli di Franco Florio in Harlem Nocturne, un cavallo di battaglia del nonno Francesco, che chiude con un Do fuori-registro, forse il primo emesso nella Salerno del primo dopoguerra, dopo l’esplosione anche tecnica ricevuta dai fiati dopo le contaminazioni musicali con gli alleati, o le uscite di Umberto Aucone al tenore, e Gianni Minale al clarinetto, unitamente al bel tenore di Maurizio Saccone e al baritono di Nicola Rando. Nel tributo ad Ellington, che ha salutato l’esecuzione di pagine quali Prelude to a Kiss, in cui il M° Antonio Florio ha inteso regalare il virtuosistico solo che fu di Johnny Hodges, quasi un Konzertstucke per sax alto e orchestra, o Mood Indigo, e ancora It Don’t mean a Thing if ain’t got that Swing” o Take the “A” train, la ragnatela, tanto leggera ed elegante, quanto straordinariamente concisa ed incisiva è stata tessuta della sezione ritmica, composta da un attento Antonio Perna al pianoforte, Antonello Buonocore al contrabbasso e Stefano Minale alla batteria. Finale entusiasmante con il bel messaggio di Sing,Sing,Sing! contro ogni guerra e discriminazione razziale e ancora una marcia per salutare, American Patrol March. Tutti in piedi e bis con the Hawk Talks per salutare e ringraziare la bella platea vietrese

 

 

 

 

 

 

 

 

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