L’ incomunicabilità delle sirene di Luigi Dallapiccola

Scritto da , 22 aprile 2016
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Questa sera, alle ore 17,30 presso lo Spazio Guida di Napoli sarà presentato il volume di Nunzia De Falco dedicato all’Ulisse del compositore di Pisino

 

Di Olga Chieffi

“Ulisse! Dimmi…, dimmi, non ti sembra / sul mar d’udir cantare le Sirene?”. Su questa interrogazione della maga Circe, una dei cinque personaggi femminili dell’Ulisse di Luigi Dallapiccola, si basa l’opera di Nunzia De Falco, soprano e letterata salernitana, “Le sirene nell’Ulisse di Luigi Dallapiccola”, in libreria per le edizioni Guida. Il saggio della De Falco sarà presentato questo pomeriggio, presso lo Spazio Guida di Napoli, nel corso di un incontro al quale interverranno Vincenzo De Vivo, direttore artistico di “Opera Ancona Jesi”, Elisabetta Moro, docente di Antropologia culturale dell’Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli e Pasquale Scialò, docente di Pedagogia della musica presso il Conservatorio “G. Martucci” di Salerno, nonchè direttore della collana “Identità sonore” delle edizioni Guida, in cui ritroviamo l’interessante titolo.  L’Ulisse è una riflessione sull’universo femminile, lo stesso Luigi Dallapiccola dichiarò che nei cinque personaggi femminili isolati nel poema di Omero e trasposti nel contesto dell’opera ovvero, Calipso, Nausicaa, Anticlea, Circe e Penelope, era da vedere interamente declinata e risolta la complessità del mondo femminile. Ma le Sirene, dove sono? Dallapiccola decise di non riservare loro concreta consistenza scenica, compaiono evocate nelle parole di Circe alla fine dell’episodio che la vede protagonista (con raffinata, perfida dolcezza, recita la didascalia) sotto forma appunto di una interrogazione (“Ulisse! Dimmi…, dimmi, non ti sembra / sul mar d’udir cantare le Sirene?”) che, nel chiudere l’episodio, si proietta però, a un tempo, nell’interludio sinfonico immediatamente successivo. In guisa di figura strumentale (un si bemolle ripetuto affidato prima al flauto, poi alla xilomarimba), la voce delle Sirene, annunciata da Circe, affiora appunto nel corso dell’interludio. Contrariamente alle Sirene di Kafka, dunque, le Sirene di Dallapiccola non tacciono affatto. Le nostre sirene diventano, symbolon, attraversano acque di fuoco e di ghiaccio, poiché sono creature marine, spiriti elementari: di fuoco perché vogliono amore, di ghiaccio perché si presentano come estranee e, dunque, hanno parvenza fredda, simbolo della costruzione umana di scienza, portata a questo limite affinché vi esploda il fuoco e mostri il resto dell’Uomo. Simbolo, in questo senso, diviene, forse, anche un indovinello e una fonte di indovinelli, mistero mistico, affinché Ulisse si liberi dalla morte , recando il frutto di una nuova nascita. La figura allusiva al canto delle Sirene riaffiora, in corrispondenza del passo del libretto in cui Ulisse riassume l’inutile pena del suo lungo cercare, “Trovar potessi il nome, pronunciar la parola” che, pur in forma di desiderio, volto al futuro e alla speranza, schiude all’ Epilogo, al compiersi della rivelazione. Un legame –invisibile, ma nascostamente accennato dalla ripetizione delle stesse parole – corre tra le citazioni del Requiescat nell’Epilogo e il poscritto che il compositore pone in calce alla partitura: “Fecisti nos ad te, et inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te”. Non vi può essere alcun dubbio che questa frase, tolta dalle Confessioni di Sant’Agostino, esprima l’ultimo e più profondo significato dell’interpretazione dallapiccoliana di Ulisse. La verità è “fare”, tentando, sulla scia delle sirene, formule d’indicibile, immersioni nelle acque informi e nelle grotte della mente, il tuffo cartesiano “ in acque profondissime”, ritrovandoci, alla fine, rigettati sulla riva dell’umano e del senso del mondo, stringendo tra le mani un frammento di un antico cratere greco andato in frantumi, raffigurante i piedi di Ulisse incatenati all’albero maestro della navicella del suo ingegno, simbolo della passione dei nostri remoti sentieri.

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