L’ essenza inafferrabile di Rigoletto

Scritto da , 2 Gennaio 2019
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Il titolo ha chiuso tra luci ed ombre la stagione lirica del Verdi con un cast giovane, ma di buon livello, che ha salutato i debutti di Gilda Fiume e Antonio Poli

Di OLGA CHIEFFI

L’atteso Rigoletto, che ha chiuso il 2018 del Teatro Verdi di Salerno, con un poker di Daniel Oren, il quale, sbarcato a Salerno per la “generale” del titolo verdiano, ha diretto, di seguito, il concerto sotto l’albero e le tre repliche dell’opera, ha accontentato un pubblico cittadino e natalizio. Il Rigoletto “ideale” di Daniel Oren ha una tinta notturna, incisiva nell’accento, con una particolare ricerca ad una vibrazione interna, cantabile e nervosa assieme. Compito arduo per un’orchestra e voci che in una lunga “generale” devono realizzare l’idea personale del maestro israeliano. L’opera è stata affidata ad un cast  giovane, ma di alto livello, e con un futuro certo, a partire dal protagonista, il mongolo Amartvshin Enkhbat, voce possente, lettura musicale perfetta, come la pronuncia della nostra lingua, di cui, però, non intende il significato di alcuna parola, miracolo di cui si è ampiamente vantato lo stesso Daniel Oren. Di qui forse l’identificazione quasi nulla con il buffone, sul piano dell’ interpretazione  teatrale (qui a Salerno sono stati tra l’altro svolti solo tre giorni di prova regia), in cui ha tradito troppe volte il peso malato della sua gobba maledetta, i passi da storpio, la rabbia ed il rancore nei confronti della corte, il suo comunque essere servo, viscido e spia, e, ancora, l’amore paterno, la tenerezza quasi morbosa nei confronti di Gilda. Il mezzo vocale di Enkhbat  è indiscutibilmente sopra le righe, sicuro in ogni registro, ma non siamo riusciti a scorgervi il personaggio verdiano. Enkhbat sarà Rigoletto, quando riuscirà a comunicare al pubblico quell’essere padre, buffone, oppresso, tutti quei termini che indicano qualche cosa di lui, ma lasciano sfuggire il più e non lasciano afferrare la vitalità essenziale della figura. Il nostro giovane baritono ha per ora i toni del Rigoletto quale lo vediamo nel primo atto, senza nulla di umano, un mostro che sghignazza assurdamente sulle sventure altrui, ma non ancora la rivelazione del suo affetto paterno. Gilda Fiume è stata una Gilda squisita per rotondità di timbro e levità del canto semisillabico, dai perfetti trilli ne “A te sempre volerà” e con alata mezzavoce ne “Lassù in ciel” finale, seguendo l’arte della legatura e ideale la figura scenica, anche nel “Caro Nome”. Il debuttante tenore Antonio Poli, musicalità istintiva, scavo della parola, naturalezza d’emissione “all’italiana”, ha ben figurato nei panni del Duca intonando con la giusta sensualità spensierata la celebre ballata “Questa o quella per me pari son”, mentre un po’ di polvere ha velato l’acuto finale, fuori scena de’ “La donna è mobile”, alla “prima”, che è noto, essere da tempo oramai, l’effettiva prova generale. Abisso, invece, tra le voci dei comprimari, scelti tra i coristi, che hanno quasi “urtato” con le educate voci dei protagonisti, come ad esempio, l’entrata della Contessa affidata a Miriam Artiaco che ha impersonato anche il paggio, o le poche battute di Giovanna, Victoria Shereshevskaya, trovatasi a cantare, anche se poche battute, tra Enkhbat e la Fiume, così come le voci di Carlo Striuli e Natalia Verniol, rispettivamente Sparafucile e Maddalena, hanno rovinato il celeberrimo quartetto del III atto. Coro maschile dignitoso, mentre diversi scollamenti si sono avvertiti tra palco, buca e retropalco, che schiera una corposa banda di palcoscenico, rendendo Rigoletto un’opera molto complessa per il direttore. Riccardo Canessa fa spesso del mantello una specie di horcrux (per dirla nel linguaggio magico di Harry Potter). Se in una precedente regia salernitana del titolo verdiano, Rigoletto a sipario chiuso, nel corso della sinfonia, sortiva in scena ammantellato, quasi ad entrare a corte e dar inizio alla sua “giornata” di lavoro e, quindi, allo spettacolo, stavolta il mantello è divenuto il simbolo della maledizione, passando dalle spalle di Monterone, (un altro buon debutto, quello di Antonio Mazza, che in questo modo è “uscito fuori dal coro”) a quelle di Rigoletto, non lontano dalla veste che Medea dona a Glauce, attraversando un po’ tutta l’opera, fino a trasformarsi nel famigerato e contestato sacco che racchiude il corpo di Gilda morente. Un finale perfetto questo anche per il Tabarro pucciniano, legato al Rigoletto da un fiume (in Puccini la Senna, in Verdi il Mincio) e dal pathos singolare e nuovo dei personaggi. Riccardo Canessa ci ha fatto ritrovare nelle scene la continuità paesaggistica, di origine rinascimentale, della terza natura, poetica del connubio tra arte e natura, intelligentemente sostenuto dal gioco di luci, che è riuscito a sottolineare il carattere dei protagonisti.

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