L’ eredità di Regina Senatore

Scritto da , 13 maggio 2016

 

Alfonso Liguori

Sai, Regina, c’è una battuta di Pilade nell’Oreste dell’Alfieri che ancora dico, e insegno, come me l’hai insegnata tu. Ho provato, nel corso degli anni, a dirla in altri modi, ma è stato inutile: la tua era perfetta. Sai, Regina, nel mio cellulare conservo gelosamente una foto del nostro teatro, il tuo teatro, il tuo e di Sandro, il tuo e di Sandro e di Anna e di Roberto, quello della tua famiglia che si fece nostra famiglia, di tanti noi giovani e non giovani che ci chiedevamo cosa fosse il Teatro e lì cominciammo a trovare risposta. Le porte sono chiuse, la scritta si legge ancora bene sopra, colorata, limpida, netta, come un qualcosa che nessuno può cancellare, e mai cancellerà perché è stampata nei nostri cuori. Guardo la foto, talvolta, e rifiuto le polemiche: vedo Sandro arrivare sul suo vespino e aprire, vedo noi che scendiamo, e sento la tua voce poco dopo che arriva, magari con un urlo a tuo marito, che bonariamente sorride, o una risata chiara, ché tra poco c’è spettacolo, e siamo tutti contenti. Sai, Regina, ieri, quando Nuccio Siano, premurosamente e con un affetto che subito ho sentito doloroso, in un messaggio mi ha inviato la notizia che non c’eri più, stavo facendo lezione a dei teneri ragazzi che sono più giovani di quando io apprendevo da te, più giovane di me oggi, la prima grammatica di base del mestiere che amo anche perché tu mi hai insegnato ad amarlo. Sono rimasto fermo un attimo, ho respirato profondo, una ragazza ha capito che qualcosa non andava e mi ha carezzato una spalla, ma lei non deve sapere, non è giusto a quella età. Così ho ricacciato indietro la commozione e ho fatto la sola cosa, retorica forse, ma semplice, che potevo fare: ho continuato a fare lezione. La tentazione di fermare mi è venuta, ma tu non avresti approvato: questo solo ho pensato. Sai, Regina, quella grammatica di base si sta perdendo, e io sento come un dovere insegnarla a dei giovanissimi, come tu e Sandro la insegnaste a me e a tanti altri di noi. E in quella grammatica era ed è compreso anche il senso del rigore, e il senso dell’umiltà, che non è la modestia, perché l’umiltà è sincera, la modestia falsa. Quando si è giovani si vogliono imparare subito i trucchi, quelli brutti, perché questo ci fa sentire già grandi. Tu non insegnavi trucchi, e i pochi che ci davi erano armi del mestiere. E il rigore: non importa se si è dentro un teatro piccolo o grande, di provincia o di una grande città, quel che conta è l’amore perenne per ciò che facciamo. Il pubblico merita sempre rispetto, che la sala sia piena o quasi vuota. Quando facevamo spettacolo, al piccolo San Genesio, ai ringraziamenti c’era una cosa di te che mi stupiva e che solo dopo anni ho capito: schierati agli applausi tu rivolgevi sempre lo sguardo in alto, ma tanto in alto, come se il teatro non avesse fine, come se ci fossero sette file di palchi e tanti ragazzi ad applaudire dalla piccionaia, con gli occhi brillanti nel sorriso, che regalavano l’idea di un sogno, passato, presente e futuro, l’amore per un teatro grande, pure nel piccolo di quello spazio, rivolto verso l’infinito. Che devo dire, adesso? Che ho imparato da te questo, e quello, e quest’altro? È sicuro, ho imparato tante cose che poi mi sono state confermate nella vita e che ho portato con me raffinandole e facendole mie, come tu mi incitavi a fare. Sarebbe un inutile elenco. Ogni attore sa, quello che di vero da un altro attore ha imparato, e restano cose tra noi, tra noi attori: voci, che anche nel buio ci consentiranno sempre di riconoscerci. C’è, però, una cosa su tutte, che devo, ora, e voglio dire, ora che vorrei tenere per me l’affetto e la gratitudine, vorrei tenere per me il privato degli sguardi e delle parole e della voce che ricordo; ma questa è una occasione solenne, ufficiale, importante, di fronte alla quale non mi tiro indietro perché tu così mi hai insegnato, mostrandomelo con il tuo solo vivere: il Teatro si ama. Non c’è altra soluzione. Il Teatro non è il mio lettino dello psicanalista dove posso sfogare le mie nevrosi, il Teatro è più grande, più importante di noi, che siamo solo suoi devoti servitori, non importa che si sia a Salerno, a Berlino, a Milano o a Torre Padula: ovunque ci sia un palco, e un pubblico, il Teatro si ama. Si ama e si trasmette. Noi siamo grandi solo se facciamo grande Lui. La nostra memoria si perderà, il nostro lavoro mai, se avremo saputo passare il testimone. Io, Nuccio, Beppe, Martino, Fernando, Tiziana, Carla, Pasquale, Gianni… e tutti quelli i cui nomi – perdonate! – ora mi sfuggono, ma che sono qui, intorno a te, ti ringraziano, e sorridono dei sorrisi che gli hai regalato, degli urli che ci hai regalato, della reprimende, dell’affetto, custodendo amorosi quel testimone ad altri da passare. “Cos’è la morte?”, mi sono chiesto mentre tornavo a casa. Forse è solo quella cosa che non credi possibile fino a quando non accade. In fondo, è come la vita. Ora non c’è, ora c’è. Tempo presente. Come il Teatro. Sempre. Un Sipario si chiude, con la certezza che un altro è pronto ad aprirsi: è il vantaggio di essere attori, di essere stati attori. Tu sei una attrice. Riposa tranquilla, stiamo per dare il “Chi è di scena”.

La nostra amica ci lascia 

scompare un respiro di vita
con tutti i suoi sì
con tutti i suoi no.

Ma è solo un momento.

Vestita di tenere tinte
riappare incantevole
alla memoria
più viva per sempre.

Sapremo noi capire
il molto
che ci ha lasciato
quel tanto
che s’è portato?
Il senso è tutto qua.

Addio, addio, addio…”
(Giuseppe Patroni Griffi, ” In memoria di una signora amica”)

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