L’ empatia di Michele Campanella e Monica Leone

Scritto da , 20 Marzo 2015
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Questa sera, alle ore 19, evento clou nella Chiesa di San Giorgio per la seconda edizione della rassegna PianoSalernoForte, promossa dall’EPT e diretta da Costantino Catena

Di OLGA CHIEFFI

Il duo pianistico formato da Monica Leone e Michele Campanella è stato il naturale sviluppo della consuetudine a suonare insieme tra insegnante e studente prima, tra partners nella musica e nella vita poi. È frutto di una mentalità e di un approccio al pianoforte condivisi dalle origini, essendo entrambi cresciuti nella scuola di Vincenzo Vitale. Questa sera, alle ore 19, nell’incantevole cornice della Chiesa di San Giorgio, saranno i protagonisti dell’evento clou della seconda edizione della rassegna PianoSalernoForte, promossa dall’EPT del commissario Angela Pace e diretta da Costantino Catena.  Il programma, giocato interamente sulla musica colta tedesca e austriaca, sarà aperto dalla “Sonata in do maggiore K. 521” di Wolfgang Amadeus Mozart, composta nel 1787 a Vienna per Franziscka von Jacquin. L’articolazione di questa composizione segue la tipica disposizione della sonata classica in cui si alternano momenti melodici e virtuosistici; i tre movimenti che la compongono, infatti, si caratterizzano per la sintonia tra il carattere brioso dell’Allegro e i momenti particolarmente drammatici dell’Andante per terminare nell’Allegretto finale con un classico rondò. La sonata è una sorta di commedia giocosa, il drammaturgo Mozart che stava per iniziare a comporre il Don Giovanni, si mantiene ancora per un momento nel mondo delle Nozze di Figaro, o anticipa il Così fan tutte. Il duo ha scelto di proporre al pubblico salernitano l’ “Allegro brillante” in La maggiore op. 92” di Felix Mendelssohn Bartholdy, un gioiello della letteratura di rara difficoltà nel suo genere. Furono tante le serate a casa Schumann passate insieme a dialogare di musica, di stile, di nuove prospettive e di nuove estetiche. Ma in particolare trascorse a suonare insieme. Il pezzo fu scritto per essere eseguito insieme a Clara, moglie di Robert. È con lei, pianista eccezionale, che Mendelssohn eseguì per la prima volta questa pagina nata sorprendentemente nella stessa atmosfera ipocondriaca del concepimento delle Variations sérieuses. Nell’estate del 1818 Franz Schubert fu assunto come maestro di musica delle due figlie di Johann Karl, conte di Esterhàzy, e accompagnò la famiglia nella residenza estiva di Zseliz, in Ungheria. Qui le due contessine, Marie e Karoline lo spinsero a scrivere una serie di composizioni per pianoforte a quattro mani, fra cui la Sonata in si bemolle maggiore D. 617, le Variationen über ein französisches Lied D. 624 e, la Grande Sonata op. 140 D. 812, che sigillerà il concerto, pubblicata postuma nel 1838 sotto il titolo con cui è abitualmente conosciuta, non tanto per l’ampiezza della forma, quanto per l’andamento musicale solenne ed eroico, specie nel primo movimento. Al di là di queste opinioni, è certo che la Sonata op.140, rivela un’ampiezza di elaborazione tipicamente schubertiana sin dall’Allegro moderato, aperto da accordi gravi e meditativi. Subito dopo l’esposizione assume un tono vigoroso e marcato, alternato a schiarite dolcemente melodiche. Nel contrasto fra i due momenti psicologici Schubert però imprime spiccato rilievo all’elemento ritmico, d’intonazione beethoveniana. Anche nell’Andante si avvertono reminiscenze del Larghetto della Seconda Sinfonia di Beethoven con le modulazioni dal minore al maggiore, ma il senso lirico del discorso musicale così morbido e sfumato appartiene interamente alle «confessioni» schubertiane. Il terzo movimento è un brillante e spigliato allegro, inframezzato da un Trio in fa minore venato di delicata poesia. Il finale (Allegro vivace) è contrassegnato da un poderoso sviluppo tematico, che assume energia e slancio inconsueti nelle opere pianistiche di quel periodo dello stesso autore, di gusto ungherese nel ritmo e nella melodia e nel suo martellante crescendo che fa pensare ad una ouverture strumentale di vasto respiro.

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