L’ attività frenetica de’ “L’attesa”

Scritto da , 10 Gennaio 2019
image_pdfimage_print

Parterre de roy per la “prima” della pièce dell’assurdo di Brunella Caputo, con autori e  il presidente dell’OdG campano Ottavio Lucarelli, andata in scena al Teatro del Giullare

 Di OLGA CHIEFFI

Assurdità, non senso, comica tristezza, clown, strane figure, dagli abiti che cavalcano i secoli, dalla livrea settecentesca, all’abito estivo romantico in mussola di cotone, con paglia a larghe falde, sino all’uomo in bombetta che ricorda quelli di Magritte di inizi Novecento, in una particolare osmosi tra mondo onirico e  quello dell’inconscio per rivelare il mistero della realtà quotidiana, insieme all’esigenza di svelarlo, in un’attesa infinita. Tempo, Verità, Viaggio, Arrivo: “L’attesa nasce nella mente, cammina nel tempo, scopre una delle possibili verità, corre in un viaggio immaginario, arriva in un luogo spesso non conosciuto”. Questo l’assunto della “stramba idea” di Brunella Caputo, che in primis ha riunito 32 anime artistiche per andare a comporre un volume “Attesa. Frammenti di pensiero” edito da “Homo Scrivens” di Aldo Putignano, quindi ha deciso di dare dei volti e delle voci a questi quattro termini, che si aprono ad infiniti significati, sul palcoscenico del Piccolo Teatro del Giullare, in una Notte particolare, quella dell’Epifania, in cui s’interrompe la sospensione del tempo, termina l’attesa della Luce, si arriva alla fine di un viaggio iniziatico principiato nella notte d’Ognissanti. Il prologo dello spettacolo è stato vissuto già nel foyeur all’arrivo degli spettatori in teatro. I personaggi che avrebbero dato vita alla rappresentazione erano lì immobili ad attendere coloro i quali avrebbero offerto loro il movimento. In scena, Marco Vecchio crea. Il quadro è una grande tela in viola verde nero e blu. Una crezione estemporanea che lotta contro il tempo, bisogna concludere. Marco schizza una stazione, l’emozione si tocca con mano, tre dei termini sono insiti, nell’incrocio dei binari, tempo, viaggio, arrivo; la verità appartiene a colui i quale quei binari li ha già attraversati. I frammenti s’intrecciano, le lingue “s’imbrogliano”. Su di una panchina Andrea Bloise, Lui, Brunella Caputo Lei e Teresa Di Florio L’altra, aspettano, e colmano il vuoto dell’attesa e della vita, attraverso una conversazione che ha continuamente bisogno di trovare un motivo, un pretesto, per proseguire e che continuamente si esaurisce per proporre il problema centrale, aspettare Godot. La Caputo, sulle tracce del suo mito Beckett, costringe lo spettatore a riconoscere di trovarsi in teatro, attraverso il prologo dello sputo liberatorio e scaramantico, introdotto da Andrea Bloise, in cui gli attori devono parlare a giustificazione della propria e altrui presenza. I tre si passano la palla commentando, e a più riprese i personaggi si comportano come attori che eseguono il loro numero. Cappelletti e vestiti da avanspettacolo indossati dai tre protagonisti sono simbolo di gag e di una vena comica che assume connotati grotteschi, innestandosi sulla tragicità della situazione.  Nel dialogo dell’Attesa, l’incursione del Tempo che dona rose. E’ Concita De Luca che si esprime in versi, offrendo il suo simbolo direttamente mutuato dalla sua forma circolare e dalla disposizione dei petali, che come un mandàla, rappresentano l’idea della perfezione e dell’infinito, dal cerchio alla ruota, dello scorrere infinito del tempo e paradigma di eternità. Quindi, il momento del Viaggio, simbolo di estremo dinamismo e invito alla conoscenza, interpretato da Davide Curzio, l’Arrivo (Augusto Landi) che non è contemplato nella recherche novecentesca e in particolare nell’ottica beckettiana che deriva da quella del suo concittadino Joyce, poiché questo viaggio non avrà alcuna meta definita, alcun approdo sicuro, (Ulisse), poiché ogni posta raggiunta potrà essere costantemente, in perpetuo distrutta e ricostruita, fino all’entrata in scena della Verità, affidata a Letizia Vicidomini, espressione del senso della vita, l’aspettativa continua mai soddisfatta, quella di un’endemica immobilità, mascherata da movimento, quella che lascia l’amaro in bocca ogni qualvolta si abbia per un momento l’impressione di aver ottenuto un risultato, ma che resta un gioco, un gioco senza scopo, niente sul niente, per svegliarsi alla vita, provando l’angoscia del silenzio, ossia della morte. Applausi per tutti anche solo per aver azzardato l’avvicinamento creativo e pratico di quella partitura ferrea che è l’idea del teatro del genio irlandese.

Consiglia

Cronaca

Attualità

Spettacolo e Cultura

--sidebar-wrapper-->